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Quando 28 giorni dopo debuttò nei cinema, il mondo intero era appena stato scosso dalla tragedia delle Torri Gemelle e questo modificò profondamente il senso ultimo di una pellicola che già nella sua evidente allegoria mostrava il crollo delle istituzioni e il proliferare della violenza. Quando le immagini di una Londra deserta vennero proiettate nelle sale nell’ottobre 2002 durante l’anteprima londinese, neanche sembravano più quelle di un film horror, ma avevano piuttosto l’aria di un’oscura e possibile profezia.

Quelle sequenze vennero girate da Danny Boyle nel luglio 2001, quando il mondo era ignaro della minaccia di Al Qaida e non aveva quasi mai sentito nominare il nome di Osama bin Laden. Il terrorismo internazionale era un concetto ancora molto astratto, così quando l’11 settembre due voli di linea vennero dirottati e centrarono in pieno le torri del World Trade Center (con un terzo volo diretto alla Casa Bianca fatto cadere nei pressi del Pentagono), anche la produzione di 28 giorni dopo venne colta impreparata. Quegli eventi cambiarono interamente la natura del progetto: “Fu il primo film a uscire dopo quell’evento che parlava di terrore diffuso nelle grandi città e dell’idea che queste città che ci sembrano così permanenti, magnificenti e onnipotenti potrebbero crollare in pochi istanti. Potrebbero essere private della ragione per cui esistono e sono lì dove sono: le persone. Le città senza le persone non hanno senso”, queste le parole di Boyle a proposito del periodo in cui il film uscì nelle sale, ora che è in arrivo nelle sale il sequel, 28 anni dopo.

28 giorni dopo, Cillian Murphy in una Londra deserta

Bisogna tenere a mente, inoltre, che il motivo per cui oggi 28 giorni dopo viene considerato un cult nel genere horror è anche per aver in qualche modo fatto da apripista alla figura dell’infetto, che si differenzia da quella dello zombie in quanto non rispetta le caratteristiche base della figura introdotta per la prima volta nel 1968 da George A. Romero in La notte dei morti viventi. Gli zombi si muovono lentamente e sovrastano gli individui sani grazie alla loro tenacia e ai loro attacchi che diventano sempre più inesorabili, mentre gli infetti corrono, urlano e sbraitano. Giusto due anni dopo, Zack Snyder conferirà agli zombie del suo remake L’alba dei morti viventi, proprio le caratteristiche degli infetti di Boyle (cosa che farà storcere il naso a non pochi puristi), mentre queste nuove figure della cinematografia horror ricompariranno nel 2007 in Io sono leggenda (terribile trasposizione mainstream del materiale di Richard Matheson) e nel 2013 in World War Z di Marc Forster (per non parlare delle parodie L’alba dei morti dementi e Zombieland dello stesso periodo). Last but not least, serie come The Walking Dead e, soprattutto, The Last of Us, hanno contribuito a riportare il genere in territorio più mainstream a suon di record di ascolti e nomination ai Premi Emmy.

Comunque la si veda, 28 giorni dopo è un film che ha fatto scuola, sfruttando una paranoia condivisa che fino ad allora doveva solo esplodere in tutta la sua potenza espressiva e strizzando l’occhio, nella messa in scena e nelle atmosfere, a uno dei più grandi successi del cinema indipendente di quel periodo, The Blair Witch Project (1999). La pellicola arrivò inoltre in un momento particolarmente negativo per la carriera del suo regista. Archiviato il successo di Trainspotting, il regista di Manchester incappò in una serie di fallimenti artistici clamorosi: prima con l’insulsa commedia romantica travestita da film pulp on the road di Una vita esagerata, poi con The Beach, che sebbene al box-office non andò malissimo, venne stroncato da praticamente tutta la critica specializzata, tanto che ancora oggi viene indicato come uno dei peggiori film di sempre (e probabilmente il peggiore della carriera di Leonardo DiCaprio). Quest’ultimo però favorì l’incontro tra Boyle e Alex Garland, autore del romanzo L’ultima spiaggia da cui fu tratto il film del 2000, a cui venne commissionata la sceneggiatura di 28 giorni dopo.

Brendan Gleeson, Cillian Murphy e Naomie Harris in una scena di 28 giorni dopo

Erano anche gli anni dell’esplosione della PlayStation, difatti Garland alluderà più volte all’ispirazione avuta dalle ore di gioco impiegate in Resident Evil (1996), benché l’idea originale sembrerebbe provenire da Il giorno dei trifidi, romanzo di John Wyndham del 1951.

“Quando ero un adolescente, ho guardato un sacco di film sugli zombie. Mi piacevano molto. Poi mi sono praticamente dimenticato dei film sugli zombie per più di dieci anni, fino all’uscita del videogioco Resident Evil”, spiegò Garland in seguito. “Quello che ho scoperto giocando a Resident Evil è stato che, in modo divertente, gli zombie stessi non rappresentavano una grande minaccia perché si muovevano molto lentamente. La tensione non derivava dagli zombie, ma dal fatto che non si avevano molti proiettili per affrontarli. Ho pensato: e se gli zombie si muovessero velocemente come i cani?”.

Le influenze sono palesi e il debito nei confronti del padre del genere al cinema, Romero, viene pagato più volte, come ad esempio nella spensierata sequenza ambientata “guarda caso” in un supermercato (con in sottofondo la mitica A.M. 180 dei Grandaddy), ma è vero anche che l’intera narrazione – sorretta dallo stile a tratti eccessivamente iperfrenetico di Boyle – manca di quella profondità necessaria affinché si affranchi dal sottogenere horror-post-apocalittico e si elevi a vero trattato sulla condizione umana. Sebbene ben delineati, i personaggi fanno fatica a sviluppare una vera empatia con lo spettatore e anche le svolte più decisive (il contagio del Frank di Brendan Gleeson e il romance tra il Jim di Cillian Murphy e la Selena di Naomie Harris), appaiono più forzate che altro.

28 giorni dopo, Cillian Murphy nella seconda parte del film

Il monito che Boyle e Garland sollevano sta più in superficie ed è chiaramente più in linea con l’atmosfera generale del progetto: il vero nemico è l’uomo – difatti il villain principale è il Maggiore Henry West di Christopher Ecclestone, con la trama che si immette in binari più convenzionali e strizza l’occhio a Il signore delle mosche –  in un mondo in cui basta veramente pochissimo affinché tutto crolli inesorabilmente.

Rivisto oggi, dopo una pandemia globale che ha paralizzato il mondo intero, fa chiaramente tutto un altro effetto, ma se proviamo a rimanere nei margini di quello che descrive e mette in scena  28 giorni dopo rimane un film molto derivativo, in grado però di riuscire a sfruttare al massimo delle sue potenzialità tutti quegli elementi che stavano emergendo come innovativi per l’epoca, come ad esempio l’utilizzo di una videocamera digitale (per la precisione una Canon XL1) per le scene più concitate, conferendo maggior ritmo alle scene più cruente.

Nonostante l’enorme successo al box-office (84 milioni di dollari di incasso su 8 milioni di spesa), persino all’epoca fu accolto molto tiepidamente: la critica principale, fondata e rilevante anche a così tanti anni di distanza, è che il film poggi quasi esclusivamente sulla sua premessa senza compiere quell’ulteriore slancio verso un’indagine psicologica qui ridotta allo stretto indispensabile, mentre il finale appare eccessivamente conciliatorio e posticcio che stride terribilmente con quanto visto fino a quel momento.

Non lo erano i finali alternativi proposti (e uno effettivamente girato), che prevedevano tutti la morte di Jim e mantenevano una coerenza narrativa che avrebbe condotto a una conclusione più naturale e meno confezionata per il grande pubblico. Garland avrebbe poi continuato, con molta più precisione, ad affrontare le sue paranoie in film come Ex-Machina, Annientamento e soprattutto Civil War, ma è chiaro che gli eventi recenti lo avrebbero ricondotto in quel mondo e il fatto che 28 anni dopo sia solo il primo capitolo di una nuova trilogia è lì a testimoniarlo.

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