Recensioni

La lunga letteratura che da tempo si concentra nel dimostrare come il linguaggio videoludico e quello audiovisivo possano essere considerati parte della stessa famiglia ha trovato, ormai 12 anni fa, il suo alfiere in The Last of Us. Nulla come il titolo Naughty Dog creato da Neil Druckmann ha infatti dimostrato, senza ombra di dubbio, la compatibilità tra questi due mondi (con buona pace di chi per primo ha provato a integrarli come Hideo Kojima).

Era dunque assurdo che nell’epoca di massimo splendore degli adattamenti su schermi grandi e piccoli dei titoli che hanno fatto la Storia del videogame non ci fosse una trasposizione delle avventure di Ellie e Joel. Ci ha pensato HBO (e Craig Mazin), che con la prima stagione di The Last of Us ha dato ulteriore prova delle enormi potenzialità del dialogo tra i due media, riuscendo a rileggere la prima parte della vicenda del gioco in modo efficace, conservandone tematiche, passaggi, atmosfera e materiale iconico e trovando nuovi punti di vista, cunicoli e zone buie da approfondire.

Ellie e Dina, ma è Dina che guida Ellie.

A facilitare il lavoro c’era un cast azzeccato, tanto con Pedro Pascal quanto con Bella Ramsey, una parte di pubblico neofita da accalappiare e una trama da adattare piuttosto lineare e riconoscibile, dal momento che affonda le sue radici nell’immaginario post apocalittico più classico e rivisitato dell’epoca moderna (da La strada di Cormac McCarthy a Lone Wolf & Cub di Kazuo Koike). La prima stagione della serie assunse le fattezze di una variazione sul genere che trovava la sua specificità nel finale. Tutt’altra cosa rispetto alla seconda, che prometteva tutta una serie di sfide inedite, e il risultato differente purtroppo si è visto.

Gli eventi della storia riprendono diversi anni dopo il massacro dell’ospedale di Salt Lake City, dove Joel ha posto la parola “fine” a quello che restava del movimento terroristico delle Luci, tagliando la testa al serpente per salvare Ellie da un destino che l’avrebbe elevata a figura messianica 2.0 perché chiamata a morire per creare una cura miracolosa e salvare l’umanità dall’apocalittico virus del Cordyceps. Il mercenario aveva però già avuto prova (sulla sua pelle) che neanche la totalità delle persone sul pianeta Terra vale l’anima di una bimba innocente. Il fatto è che non ha chiesto alla suddetta bimba cosa ne pensasse della sua decisione.

Don’t f**k with Jessie.

I nostri sono ora nella comunità di Jackson, nel Wyoming, gestita da Tommy (Gabriel Luna) e dalla moglie, dove pare abbiano trovato finalmente un po’ di pace, contribuendo alla sopravvivenza dei loro nuovi vicini di casa. Tutto quindi sembra essere sensibilmente migliorato, ma tra di loro pare ci sia una certa tensione dovuta a, forse, litigi passati. Intanto la vita va avanti, Ellie ha stretto una forte “amicizia” con Dina (Isabela Merced) e una sana competizione con un ragazzone di nome Jessie (Young Mazino), designato a succedere come capo della comunità, mentre Joel è divenuto un punto di riferimento per tutti, specialmente quando si tratta di pattuglie.

All’orizzonte però, pronta a far saltare il banco, si profila una tempesta perfetta. Non parliamo ovviamente solo del semplice fenomeno meteorologico, ma di una sciagura di portata molto più ampia, accompagnata da visite indesiderate, sia da parte degli infetti e sia da parte di qualcuno che ha qualcosa da ridire a Joel riguardo quella decisione molto poco democratica che portò, tempo prima, alla condanna di tutti.

Abby non ha paura di nulla, a patto che ci sia una rete di mezzo.

L’adattamento della seconda parte di The Last of Us va letto come la prima parte di una trilogia (già annunciata) di stagioni per coprire tutta la parte restante della vicenda videoludica. Si può quindi comprendere come le necessità produttive legate al progetto seriale e alle sue tempistiche abbiano portato gli autori a prendere delle decisioni difficili in sede di scrittura. Scelte che hanno modificato (e minato) quel meccanismo, in origine fortissimo, che permetteva un’immedesimazione totale del giocatore nei vari punti di vista dei protagonisti, nonostante fossero così conflittuali. Esattamente quel tipo di immedesimazione che sfocia nella complicità e in un attaccamento epidermico agli avvenimenti su schermo, proprio perché mossi da motivazioni così viscerali.

Tutto questo viene ridimensionato per lasciare spazio ad una rilettura che, sebbene conservi la struttura narrativa primigenia, presenta da subito un mosaico collettivo, tenendo quindi conto di più versioni nella costruzione della vicenda in modo da ampliare la visione e così permettersi di fare modifiche legate, per esempio, alla personalità di Ellie (in peggio, come testimonia la prova di Bella Ramsey, impietosa rispetto alla prima stagione) e alla presentazione di Abby (Kaitlyn Dever). Una visione nuova per riproporre un’opera che continua a parlare dell’importanza dell’empatia e ad analizzare approfonditamente i motivi che generano i conflitti, cercando anche dei paragoni con un’attualità statunitense (e non solo) che si presta in modo drammatico. Questa scelta operata dalla serie, pur risolvendo dei problemi di manipolazione rispetto all’originale, così com’è concepita è una via che finisce per smarrire i personaggi lungo il percorso a causa di un’eccessiva didascalia che corre il rischio di “normalizzare” un modo di raccontare, invece, eccezionale.

Guardami negli occhi, Pedro.

Se però fino ad ora abbiamo parliamo di fattori più o meno criticabili e di cambiamenti opinabili, ciò che c’è invece di sicuramente errato nel titolo è la gestione dei tempi, che, specialmente nel momento dell’azione a Seattle, diventano incredibilmente confusionari, raffazzonati e, soprattutto, condensati. Il fiato della stagione si accorcia così tanto a lungo andare che tutto quello che accade non viene mai davvero esplorato, né enfatizzato, né lasciato sedimentare, ovvero proprio quello che si dovrebbe fare quando si assiste ad una rilettura da dramma shakespeariano del livello di quella proposto di The Last of Us, che parla di crisi della morale, di corruzione dell’animo e di ciclo di violenza e rinascita.

Si salvano Pedro Pascal (al centro dell’unico momento topico messo in scena in modo decisamente appropriato), l’impiego dei valori produttivi, altissimi specialmente per quanto riguarda i reparti di trucco, “parrucco” e scenografia, e la presenza degli elementi iconici del videogioco come la colonna sonora, dalla cover di Take On Me a quella di Future Days passando per la decisione di riproporre la versione di Through the Valley cantata da Ashley Johnson.

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