Recensioni

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Oscuro, arcadico, umbratile, brumale, enigmatico, colto. Quando si parla di Daniel Blumberg da Londra sembra che gli aggettivi non bastino mai a descrivere la sua anima inquieta popolata di fantasmi e dissonanze fortemente evocative. Ribadendo e citando un concetto già egregiamente espresso da Beatrice Pagni nella sua recensione di On&On&On, «il visconte vulnerabile della scena inglese riesce ad alludere ad altri mondi musicali pur costruendone uno assolutamente personale, quasi una capacità mimetica che decostruisce un’urgenza compositiva che si fa cura nello stesso attimo in cui viene creata».

Con buona probabilità la stessa considerazione può essere applicata alla realizzazione della colonna sonora del film The world to come, film uscito nel 2020 per la regia della norvegese Mona Fastvold e ispirato dal racconto di Jim Shepard. In questo caso però quella stessa capacità mimetica si mette al servizio di una forma normata da regole più stringenti rispetto alla musica e, in particolare, all’improvvisazione. Blumberg sfiora, elicita o aggiunge pathos ad una storia già di per sé tormentata e drammatica: la storia d’amore tra due donne (Katherine Waterston e Vanessa Kirby) a metà dell’Ottocento nello stato di New York. Proprio come Abigail e Tallie, orfane di un modello di condotta per la loro nuova condizione, anche Blumberg si è gettato nella lavorazione direttamente sul set in Romania, cercando di concretizzare il processo creativo il più possibile in presa diretta. Per farlo si è avvalso del lavoro del guru Peter Walsh (co-produttore dell’ album) e di musicisti dal carattere decisamente avanguardistico nel campo del jazz, come il clarinettista tedesco Peter Brötzmann, Josephine Foster alla voce e Steve Noble alle percussioni.

Da bravo disegnatore (lui stesso ha affermato essere la sua pratica preferita, ancor più della musica) trasferisce le due immagini femminili in musica senza bisogno di parole o immagini: con Abigail’s walkTallie Blumberg tratteggia l’inquietudine delle due protagoniste nelle loro vite ordinarie, creando un vuoto pneumatico pronto ad esplodere. Più inquieta la prima, più sinuosa la seconda, da questo momento in poi il mood diventa incerto e riprende l’anima più inafferrabile e irrequieta di Blumberg. Archi stridenti e contrappunti inaspettati sorreggono un ampio e intricato impianto di contrasti: la passione irrefrenabile (Falling in love, The first kiss) e lo stigma (Spying house), la violenza della freddezza (The storm) e la pericolosità del rapporto umano (The fire), l’amore e la morte (Love and death). Blumberg e soci riescono così nell’intento di penetrare nella pellicola come parte integrante della narrazione (emblematica a tal proposito è la scena della tempesta) dandole spessore e drammaticità.

Infine, se vogliamo vedere The world to come come un dramma che schiude un profondo seme di speranza non possiamo esimerci dall’affermare che la scelta di affidare a Josephine Foster la trasmissione di questo messaggio finale sia incredibilmente riuscita. Una prima di livello per Blumberg, che dimostra ancora una volta di essere un fine traduttore dell’animo umano pur virando dalla propria zona di comfort.

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