Recensioni

Ha molto a che fare coi propri demoni, la musica di Daniel Blumberg e l’autore non perde occasione per darne dimostrazione. Sulla scia dell’ottimo Minus, disco dello scorso anno che si è attirato le attenzioni di molti tra pubblico e critica, l’inglese si presenta sul palco dell’auditorium dello Spin Time Labs, esperienza sociale di primaria importanza nel cuore della città eterna, grazie a quei bravi ragazzi di Unplugged in Monti, sempre attenti a fornire concerti di primissimo livello in spazi inconsueti, suggestivi e barriera-free. Cosa che Blumberg e i sodali Billy Steiger al violino e Tom Wheatley al contrabbasso sembrano apprezzare molto, dando vita più che a un concerto in senso stretto, a una sorta di happening d’altri tempi in cui tutto viene utilizzato come strumento, dal palco al backstage, dai palloncini al pubblico, e tutto viene dilatato, rifratto, polverizzato in un lungo, disgregato e scomposto concerto di una tale e viva intensità che i presenti non lo dimenticheranno facilmente.
Le canzoni del citato album vengono infatti rese in forme ancora più scarne e struggenti, essiccate e accennate, interrotte e poi riprese, sciolte, accelerate, sospese da un trio di eccellenti musicisti – si vedano le divagazioni apparentemente casuali con cui infarciscono le trame delle canzoni e che si ricompattano al momento giusto – che vive il palco e il concerto come una specie di seduta psicanalitica pubblica e in divenire, ma anche come una sorta di performance corporale fatta di silenzi e vuoti, distanze e complicità. Lasciando cioè spazio a una concezione di musica libera, free nella strutturazione e simile quasi a un frattale sonoro che rimanda spesso a percorsi mentali contorti e devianti, ma che alla fine della fiera arriva sempre a una conclusione, ad avere cioè un senso che può apparentemente sfuggire a chi guarda, ma che sembra essere ben chiaro in chi suona.
L’opening affidato a una Madder resa ancora più minimale e disturbante nel suo romanticismo di base è l’intro ideale per un concerto che è una esperienza del limite, una sorta di nuovo confine per la decostruzione e la frammentazione, ma che inchioda ogni nota, di piano, di violino, di contrabbasso, di chitarra e di ogni sorta di oggetto e oggettino percuotibile e/o suonabile, nel cuore e nella testa di chi assiste. Ci ricorderemo eccome di questo allampanato polistrumentista e dei suoi altrettanto bizzarri compari, dato che le canzoni – perché le canzoni il trio le ha, eccome se le ha – ci hanno strappato il cuore senza chiedere permesso e ci hanno portato, purtroppo per lo spazio di un concerto che avremmo voluto fosse eterno, in un mondo “altro” in cui la condivisione di una intimità emotiva estrema ha legato tutti i presenti: gli sguardi estatici tra il pubblico alla fine delle quasi due ore di concerto ne sono stata una più che ovvia testimonianza. Lunga vita agli outsider, lunga vita agli spazi non convenzionali, lunga vita a chi si sbatte affinché questi stralci di poesia si materializzino.
Amazon
