Daniel Blumberg
Daniel Blumberg, foto di Brady Corbet

GUT, la catarsi viscerale di Daniel Blumberg. La nostra intervista

Roma, un tardo pomeriggio di metà maggio. I raggi di luce filtrano attraverso le nuvole baciando timidamente la Basilica di San Giovanni. A pochi metri dalla celebre piazza, nella splendida quanto intima cornice del Teatro Basilica, è tutto pronto per l’anteprima italiana di GUT, terza fatica sulla lunga distanza del musicista britannico Daniel Blumberg. L’ultima data della rassegna Unplugged in Monti, che già nel 2019 aveva ospitato l’artista londinese, lo vede esibirsi in un inedito spettacolo in solitaria debuttato per la prima volta l’otto aprile all’Aia.

Il disco, in uscita il 26 maggio per Mute, è l’opera più personale dell’ex membro degli Yuck: le sperimentazioni sonore non convenzionali del cantautorato dalle tinte jazz degli acclamatissimi Minus (2018) ed On&On (2020) lasciano spazio ad un approccio maggiormente decostruito e minimalista in cui viene privilegiato l’uso della voce e dell’armonica.

I sei brani dalla durata di circa trenta minuti mettono al centro della narrazione il corpo del musicista, colpito da una malattia intestinale: il risultato è una costante lotta tra il dolore fisico e l’ascesi dello spirito simboleggiata metaforicamente dalle avvolgenti melodie canore.

Le composizioni scorrono come un unico ininterrotto flusso sonoro nel quale l’ascoltatore si immerge lasciandosi trasportare dalla potenza grezza di affreschi viscerali dallo spiccato carattere cinematografico. Non a caso, l’artista ha realizzato la sua prima colonna sonora per il film The World To Come (2020) di Mona Fastvold e l’ultimo disco è accompagnato da un film in pellicola girato dall’amico Brady Corbet, regista di Vox Lux (2018) e The Childhood of a Leader (2015).

Dopo che Daniel ha completato il soundcheck ho l’occasione di poterlo intervistare. Ci lasciamo alle spalle gli strumenti appena collaudati a dovere e saliamo nel camerino della piccola venue romana dove, mentre parliamo, le nostre figure vengono riflesse dagli specchi che dominano le pareti del backstage. Rompo il ghiaccio chiedendogli se le prove dell’impianto sono andate bene, lui attacca mostrandomi il set-up “semplice ma molto specifico” con cui presenta il disco.

Gli strumenti per l’esibizione sono essenziali: voce e l’armonica basso catturati da tre microfoni, filtrati da una loop station e compressori e riprodotti da tre differenti amplificatori. “Nulla di troppo dogmatico”, mi dice, qualcosa di funzionale alla registrazione di un disco che è partito dalla voce, dai suoni bassi …e da una malattia intestinale.

L’idea di base è nata durante il periodo della pandemia da Covid-19. Costretto a smettere con la musica, e dopo un periodo trascorso a disegnare (le copertine di Minus e On&On sono state curate direttamente dall’artista), Blumberg si è trovato in studio con la voglia di fare qualcosa di “davvero estremo” partendo però da testi e melodie vocali.

«There is nothing like a chorus», mi confessa entusiasta, parlandomi di un disco realizzato completamente in solitaria, scritto in concomitanza con la registrazione e di cui è, a conti fatti, molto contento.

Ci addentriamo nello specifico dei brani inizialmente concepiti come una lunga suite. Come è riuscito ad ottenere la distorsione che in BODY simula il dolore fisico? Niente distorsori, piuttosto e a più riprese dei compressori, mi racconta, specificandomi che in quel brano ha reampato il suono della traccia precedente filtrandola con la bocca, come se stesse letteralmente ingoiandola.

Discutendo del silenzio udibile in apertura a KNOCK, replicato poi anche nell’esibizione dal vivo, apprendo che è l’unico momento in cui in tutto il disco si spengono i microfoni ambientali. Parlando invece dei suoni di batteria, il discorso si snocciola sull’interazione tra il sintetico e l’acustico il tutto registrato in una singola take (come le voci). Con il mix affidato a Peter Walsh a fare il resto, tra filtri e diversi riverberi.

«L’armonica basso è stata la connessione tra tutti questi elementi, tra questi suoni e il respiro della mia voce. È l’essenza del disco», continua, commentando l’architettura musicale di GUT. Giustificando anche la scelta di usare il basso Steinberger, celebre per il suo timbro tipicamente anni Ottanta e il suono dal lungo sustain.

Parlando del titolo del disco, concepito ancor prima di avere in mente tutti i nomi delle canzoni, Daniel mi racconta che aveva le diverse definizioni della parola “gut” attaccate al muro del suo studio di registrazione. Con questo termine intende sì dove provava l’intenso dolore che lo debilitava, ma vuole anche rimandare al concetto di coraggio. Scherzando dice: «gli ebrei nell’antichità [l’intestino, n.d.r.] lo chiamavano il luogo delle emozioni. E posso capirlo, dato che la mia musica è un po’ emo».

La copertina del disco, invece, contrariamente a quanto accaduto con gli album precedenti, è un fermo immagine dal film girato da Brady Corbet per accompagnarne le sei canzoni. È stato strano non avere uno dei suoi disegni come cover art, ci confessa, una scelta tuttavia coerente con il lavoro del regista che ha ascoltato le tracce sin dall’inizio, riuscendo a tradurle perfettamente nel linguaggio audiovisivo.

Gli chiedo se in qualche modo la composizione della sua prima colonna sonora per il cinema abbia finito per rendere più cinematografico questo terzo disco in studio: non sa rispondermi in maniera netta, nonostante abbia vissuto la score non come un progetto minore, ma può immaginare che esistano dei parallelismi tra i clarinetti utilizzati nella OST e le take di armonica di GUT.

È inoltre in cantiere una nuova collaborazione per il prossimo film di Brady Corbet (dovrebbe uscire ad anno nuovo) nel quale il musicista tornerà a vestire i panni del compositore per il cinema. Uno scambio quello con il regista alla continua ricerca della perfetta realizzazione artistica, un processo in cui anche le limitazioni imposte alla musica hanno risvolti positivi per la composizione.

Parlando del film in bianco e nero che accompagna GUT questo è stato ideato durante la fase di mastering del disco. Corbet aveva solamente un’ora di pellicola a disposizione, le riprese sono state pianificate meticolosamente da un talentuoso team di collaboratori.

Riguardo ai testi minimalisti che accompagnano l’incedere narrativo del disco, questi gli sono arrivati in maniera inconscia. Un processo spontaneo che solo nel dieci percento dei casi scaturisce da un successivo rimaneggiamento. «Non mi piace utilizzare parole che non sono utili o necessarie o che non suonano giuste. Scrivo tutti i giorni perché è come se fosse un muscolo da allenare», afferma, facendomi intuire che ha composto tantissimo materiale prima di approdare ai testi di GUT nei due anni che lo hanno separato dall’ultimo disco.

Parlandomi di KNOCK mi fa notare come il brano ricicli il testo delle canzoni che lo precedono, spiegandomi quanto la ripetitività dei testi sia alla base del lavoro. Anche il live set, infatti, si basa principalmente sull’idea di ripetizione attraverso l’utilizzo di brevi loop: una delle influenze dietro questo approccio è il compianto cantante francese pioniere del sampling Ghédalia Tazartès.

Alla domanda se l’improvvisazione abbia giocato un ruolo fondamentale nella scrittura di questo disco, la risposta non è immediata: l’LP è stato interamente registrato in una singola take, le incisioni di armonica non sono state scritte in precedenza ma nate spontaneamente, così come le parti di batteria, di cui però il musicista aveva scelto i suoni prima di eseguire la lunga suite.

Si torna anche un attimo a parlare di cinema: Daniel ama Shadows (1959), il primo film di John Cassavetes, una pellicola nata dalle performance attoriali non sceneggiate. Innegabile, dunque, l’importanza dell’estemporaneità, come parte integrante del suo DNA musicale. Sta alla base dei suoi disegni come della musica e di performance sempre aperte a tantissime variabili non considerabili a priori, come, ad esempio, la reazione del pubblico.

«Non separo nettamente il mio lavoro dalla mia vita privata. Se questo faccia bene o no è un altro discorso. È stato un disco difficile da realizzare perché sono un perfezionista. Mi piace disegnare, potrei disegnare anche ora: anzi, probabilmente dovrei disegnare ora, potrei disegnare mentre stiamo parlando», si confida, raccontandomi che quando mixa i brani arriva a dormire solo quattro ore, e che a volte con la musica vorrebbe proprio smettere, salvo poi ricredersi una volta ottenuta la gratificazione al completamento del lavoro.

Prima di salutarci, colgo la palla al balzo e gli chiedo un autografo: Daniel si prende qualche minuto per disegnare sul mio blocco note delle figure antropomorfe che ricordano la copertina di On&On.

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