Recensioni

Daniel Avery non è certo il primo producer a partire dai ritmi del dancefloor per approdare alla forma canzone. In Tremor, dopo aver traslato dalla minimal/trance ad album più autoriali, che ampliavano la palette di riferimenti nel continuum IDM e introducevano contributi vocali, arriva alla sua prova più compiuta in questo senso. Se nel precedente Ultra Truth figuravano spiriti affini come Kelly Lee Owens e HAAi, lo spostamento più deciso verso il pop arriva dalla porta dei dreams. Come Trentemøller da anni a questa parte, Avery inserisce wave nei suoi sogni (Rapture in Blue) e da lì l’indagine sul rock diventa un affare ad ampio spettro, con numerosi contributi femminili a bilanciare ombre e cibernetica: Haze è il ponte con il nu metal (ha citato Deftones come influenza) e lo stesso giro di basso ritorna nella successiva A Silent Shadow, con un piano sequenza a comprendere l’elettrock, forse un’eco degli Young Gods riletti in chiave shoegaze. Shoegaze (vedi In Keeping (Soon We’ll Be Dust)) e post-punk (i brani sopracitati) segnano, del resto, continuità e prosecuzione di queste commistioni, o anche cerchi che si chiudono con le passioni di gioventù, dichiaratamente chitarristiche.
Con Avery è sempre un “potevamo stupirvi con speciali” e invece… vi stupisce proprio con effetti speciali. Grandi produzioni, cinema per le orecchie: il producer di Bournemouth è diventato bravo nel confezionare nuove stagioni della sua personale serie TV, che da astratta, ipnotica e claustrofobica si è fatta materia narrativa. Le canzoni formano isole di luce in flussi di coscienza altrimenti nerissimi, tra ambient noir, folate radioattive e ritmi sincopati.
Tutto viene girato di notte, ma la produzione è in formato Netflix: più eclettica e spettacolare (Alan Moulder e David Wrench al missaggio), con un set di colori preciso e tempi tecnici che alternano pathos e affondo, angeli e demoni elettronici. Yeule, Alison Mosshart, Cecile Believe, Ellie, Julie Dawson e Art School Girlfriend, più che featurer, sono abbellimenti cosmetici. Nessuna di queste canzoni, prese a sé, merita un repeat isolato, ma l’insieme regge bene un binge listen e, se vi piace investire tempo in questo modo, non rimarrete delusi.
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