Recensioni

Ok, non sarà un nome gigantesco dell’elettronica contemporanea, però Daniel Avery in questi (dieci) anni si è costruito una nomea di tutto rispetto. Come? Da Drone Logic in giù, bilanciando una pastura dapprima affascinante in controluce minimal/trance, poi via via concettualizzandosi attorno a una proposta techno-algida e sostanzialmente nostalgica dell’Artificial Intelligence (di cui ricorre quest’anno il trentennale).
L’avevamo lasciato, soltanto l’anno scorso, a quel Together In Static concepito come un episodio “minore” (passi il termine) da declinare in qualche live intimo, ma divenuto poi a tutti gli effetti un capitolo discografico vero e proprio che consolidava le coordinate della sua proposta – ben riassunte da Daniele Rigoli nella recensione. Adesso questo Ultra Truth, disco dal quale a leggere le premesse (dicevamo concept?) era lecito aspettarsi un’evoluzione decisiva o quantomeno una catarsi stilistica.
Se già dai primi estratti la sensazione era quantomeno di parziale raffreddamento delle attese, il totale – un’ora per 15 pezzi – si assesta sì come un effettivo punto fermo di questo decennio, ma non certo stravolgendo le carte. In una scaletta abbastanza eterogenea ma comunque coerente coi suoni di Avery, trovano spazio le vocalità algide di Kelly Lee Owens e HAAi, reduci la prima da un buon disco e la seconda da una prova sufficiente. La loro comparsa nel singolo Chaos Energy serve a costruire un viaggio breakkato e al tempo stesso scurissimo dalle parti di Aphex Twin e a porre le premesse di un disco che – forse anche pescando dall’esperienza dronica con Cortini – si rivela sporco e detritico.
Dopo due brani introduttivi che fanno da navicella spaziale (della title track sarebbe quantomeno orgoglioso un certo Alex Paterson, l’opener è sostanzialmente un loop di piano che si perde in un droning) e dopo una Wall of Sleep – ancora con HAAi – interlocutrice, Devotion alza il tiro con una d’n’b dal gustoso retrogusto shoegaze, replicata poco più avanti (Higher), dove emerge anche tutto il portato trance caro al Nostro. Continuando un saliscendi tra IDM (Spider è oggettivamente accattivante articolata attorno a quella melodia di basso, Collapsing Sky stanca quasi subito) e accelerazioni, Lone Swordsman strizza ancora l’occhio a Richard David James (nonostante sia dichiaratamente ispirata da Andrew Weatherall) e Overflowing With Escape concentra in due minuti le atmosfere forse più interessanti del lavoro – quelle, di cui sopra, che pescano dal wall of sound Shields-iano.
Al netto dunque di un lavoro che offre un’ora intensa, da esplorare con attenzione e comunque non adatta a diventare mobilia, non c’è particolare audacia. Non ci sono balzi in avanti ma solo molta – pregevole – tendenza ad affinare una proposta produttivamente (insieme ad Avery, in produzione James Greenwood, e al missaggio Marta Salogni) eccellente, ben equilibrata e godibile, ma forse davvero stanca. Insomma, se c’è bisogno di restaurazione, sia lode a Daniel Avery.
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