Recensioni

Allo stesso modo in cui aveva affogato nell’ambient l’ultimo frammento del suo DJ Kicks, Daniel Avery riprende le fila di un discorso musicale che sulla lunga distanza era rimasto interrotto da ben un lustro. Rispetto ai tempi del debut album – Drone Logic (2013) – in cui i terreni privilegiati erano la techno minimale di Hawtin e la progressive, in Song For Alpha è il catalogo Warp a venir saccheggiato.
Il disco pare prendere vita da una maggiore attenzione per la spazialità del suono, e dietro a questa c’è il racconto di una vita in viaggio tra le stanze buie dei dancefloor e altrettanto notturni hotel a quattro stelle, dai posti assegnati in aereo ai soundcheck nei club e nei festival, una quotidianità sempre più in sintonia con le solitudini del dopo club che dal concreto esperienziale scivolano nel subliminale, arrivando a toccare quell’idea di “morte del rave” che più volte abbiamo ascoltato su Werk discs. Più di ogni cosa Song For Alpha sembra omaggiare un’era ormai lontana: ci troviamo tanti 90s quanti ne abbiamo scovati in precedenza nei dischi di Lone. Certo, i riferimenti dance & rave non coincidono totalmente, ma sull’IDM entrambi si ritrovano e si perdono, con Avery in particolare ad affogarci un po’ in questo ermetico futurismo techno sospeso tra le nuvole.
In definitiva, muovendosi con ampie falcate tra Boards Of Canada e Robert Hood, Aphex Twin e Plaid, il producer non riesce a trovare la propria voce, macchiando il disco con una gassosa nostalgia che toglie all’ascolto il piacere della scoperta e dell’immediatezza.
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