Recensioni

“There’s no such thing as a perfect melody / but I keep searching every morning in the trees”. È tutto in questo verso di Mantis, sesta canzone in scaletta del disco di cui stiamo per parlarvi, il senso che oggi Courtney Barnett dà alla sua arte. La ricerca della melodia perfetta è una chimera in realtà da sempre inseguita dalla cantautrice australiana, sin dai primi EP di tredici anni fa, e mai davvero celato: dietro l’attitudine slacker, lo scazzo smaccatamente anni ’90, il canto strascicato e le chitarre storte ha sempre fatto capolino un istinto pop del tutto naturale.
Non stupisce dunque che Creature Of Habit, atteso album numero quattro dopo la lunga pausa intercorsa dal precedente Things Take Time, Take Time, del 2021 (interrotta soltanto dalla parentesi strumentale End of the Day, soundtrack del film Anonymous Club), porti con sé la consapevolezza che solo il passare del tempo e i grandi e piccoli cambiamenti della vita possono dare (come da lei stessa rivelato in sede di intervista). Nello specifico, il trasferimento definitivo a Los Angeles e il passaggio a una major (la Fiction, appartenente al gruppo Virgin), conseguenza del fallimento della sua etichetta Milk! Records; una dimensione che da un lato certifica lo status di indie star della Nostra con tutto quello che ne consegue in termini di libertà artistica e dispiego di mezzi (un veterano come John Congleton alla produzione, affiancato da Marta Salogni e Stella Mozgawa delle Warpaint, che cura anche le batterie), ma che dall’altro non apporta sostanziali cambiamenti se non, appunto, una maggiore consapevolezza delle proprie doti e della propria identità, o meglio di chi si vuole essere.
Da una come la Barnett, forte di una personalità artistica già definita sin dai primi passi discografici, non è certo il caso di aspettarsi grandi stravolgimenti nell’approccio alla materia: un singolo apripista come Stay In Your Lane riporta esattamente alle collisioni di una Pedestrians At Best, così come il cantato/parlato punteggiato dal basso di Great Advice pare rivisitare un piccolo classico come Avant Gardener; anche le riflessioni mature di Site Unseen (con le armonie di Katie Crutchfield / Waxahatchee), ballata solare sull’importanza di non avere rimpianti, non sarebbero suonate fuori posto in Lotta Sea Lice con Kurt Vile, laddove l’adozione di certi fraseggi di marca Cobain – vedi Same – non è certo un mistero.
Non l’abbiamo però mai vista così pop come in Wonder, gioiellino che mette definitivamente in chiaro la sua devozione agli adorati Go-Betweens (con Sugar Plum a rincarare la dose), né tanto assertiva come in Mantis (il brano-manifesto, si diceva, con la mantide religiosa a simboleggiare la rinascita anche in copertina) e One Thing At A Time (con il superospite Flea a dare un tocco indie-funk al tutto); oltre alla scrittura sono l’impianto compositivo, la veste sonora e l’attitudine positiva a rivelare una rinnovata sicurezza, con l’ottima produzione a completare il quadro (i suoni di basso e l’uso ragionato dei synth convivono perfettamente con le chitarre tipicamente Nineties).
Non ci sarebbe niente di male nel dire che questo è il disco più pop di Courtney Barnett; e nemmeno nel dire che è il perfetto esempio di ciò che dovrebbe essere un grande album di indie rock d’autore nel 2026. Creature Of Habit è entrambe le cose.
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