Courtney Barnett
Courtney Barnett, foto di El Hardwick (2026)

Courtney Barnett, Creature of Habit. Restare se stessi altrove, la nostra intervista

Il nuovo disco di Courtney Barnett si intitola Creature of Habit ed è formalmente il quarto, se non contiamo i vari live, la collaborazione con Kurt Vile e il pur interessantissimo End of the Day, colonna sonora per il film Anonymous Club, in cui la cantautrice abbandonava il formato classico della canzone per sviluppare una ricerca sui suoni più libera e istintiva. In questo album Barnett torna invece all’indie rock sanguigno e solare che la ha fondamentalmente contraddistinta, con occasionali venature funky e distorte (Stay in My Lane), ballate fintamente innocue (Site Unseen, con il featuring di Katie Crutchfield aka Waxahatchee), squarci di ridente psichedelia (Same), ironiche dissonanze (Great Advice).

L’ultimo “vero” album era comunque stato Things Take Time, Take Time, del 2021, per cui la pausa è di ben cinque lunghi anni. Questo si spiega innanzitutto con il dettaglio affatto trascurabile sul trasferimento di Courtney (che, ricordiamolo, è australiana, originaria di Sydney) negli USA, a Los Angeles, dove vive stabilmente dal 2022. Un evento troppo importante per non chiedere subito alla cantautrice qualche dettaglio in più su questa decisione.

Allora Courtney, iniziamo con un argomento extra musicale, ma non posso fare a meno di chiederti del tuo trasferimento negli Stati Uniti, che è un grande cambiamento nella tua vita. Com’è successo, come hai preso questa decisione?

Allora, poco prima che iniziasse il Covid, all’inizio del 2020, avevo finito un tour da solista a Los Angeles e ho deciso di trattenermi un po’ più a lungo. In realtà non avevo un posto a Melbourne dove tornare [a causa di alcune vicende personali sulle quali non è necessario dilungarsi, ndr], per cui ho pensato di restare e vivere un po’ all’avventura, vedere cosa sarebbe successo.

Poi però è arrivato il Covid, e quindi ho dovuto comunque tornare a casa. Ho ripreso a suonare, ho fatto un altro album, insomma, un po’ le solite cose. Ma alla fine, quando il Covid è passato, mi sono ritrovata a pensare: Ho voglia di andare a vivere in America per un po’. E così alla fine l’ho fatto. Questo accadeva probabilmente nel 2022. Ho pensato che fosse il momento, nella vita, di vivere un’avventura e provare qualcosa di nuovo, scrivere canzoni in un posto nuovo, fare un disco nuovo in un altro ambiente.

Quindi sì, mi sono ritrovata qui. Ho vissuto per un po’ a Joshua Tree, nel deserto, un posto in cui avevo sempre voluto passare del tempo. L’ho trovato molto stimolante e ha ispirato molte di queste nuove canzoni. Quindi sì, sono state davvero tante cose nuove nella mia vita.

In effetti, ascoltando i testi del tuo nuovo album credo che ci sia un impatto piuttosto importante dovuto a questo trasferimento. Già dalla prima canzone, Stay in My Lane, oppure nell’ottima One Thing At A Time, la mia impressione è che tu parli di cambiamento, di fare una svolta nella vita, e che tu lo veda come un modo per progredire, trovare nuove sfide per migliorare sé stessi. È così?

Sì… cioè, il trasferimento è una parte, ma non è tutto. Ci sono tanti piccoli cambiamenti che si sommano a questa sensazione più grande. Alcuni sono cose piccole, personali, pratiche, che magari sembrano poco interessanti, ma messe insieme creano il cambiamento. Altri sono più delle sfide personali: imparare ad affrontare le cose, adattarsi a nuove circostanze, elaborare il tempo che passa e le cose che cambiano. Quindi sì, trasferirsi è una parte, ma non è tutto.

E quindi, come ti trovi in America? Mi sa che non hai scelto il momento migliore per viverci. Qual è la tua percezione come straniera?

Sì… sembra che ogni giorno ci sia una nuova notizia devastante. È terribile. Perché è un paese bellissimo, con persone meravigliose e comunità forti. C’è molto amore. Fa male vedere la mancanza di compassione e la disumanizzazione delle persone. C’è tanta tristezza e rabbia. È difficile vedere cosa sta succedendo, ma le persone sono forti. Spero che arrivi presto un cambiamento. È incoraggiante vedere le persone reagire e prendersi cura le une delle altre.

C’è un’altra cosa che per te è un grande cambiamento, ed è la chiusura della tua etichetta Milk! Records, che finora aveva pubblicato la tua intera discografia. È stata una conseguenza del trasferimento o semplicemente un’altra decisione che andava presa?

È stata una decisione molto triste e difficile. Era qualcosa che stava maturando già da prima che mi trasferissi, da qualche anno. Gestire un’etichetta è difficile, ed è molto costoso. E durante il Covid è stato ancora più complicato.

Immagino un calo drastico dei proventi…

Ovviamente. Ho perso molti soldi. E poi c’è una cosa fondamentale da dire: io non sono una business woman. Ho iniziato l’etichetta in modo completamente autogestito, nella mia stanza, solo per pubblicare i miei dischi. Andavo all’ufficio postale a spedirli, figurati. Poi nel corso di dieci anni è diventata qualcosa di più grande, ma resta il fatto che non è il mio campo. Mi sentivo un po’ sopraffatta, non sapevo bene cosa stessi facendo. Allo stesso tempo ho imparato molte cose e le persone coinvolte erano molto stimolanti, così come gli artisti. Abbiamo pubblicato tanta bella musica. Quindi sì, è stata una decisione difficile, ma era il momento giusto.

Mi spiace molto per le persone che comprano ancora album e CD. È facile dimenticarlo oggi, quando tutto è così facilmente accessibile. Ma invece è importante continuare a sostenere gli artisti, soprattutto quelli più piccoli.

È stato diverso registrare per una major invece che per la tua etichetta?

No, direi di no. Alla fine, voglio solo fare la migliore musica possibile. E sono molto fortunata, mi è stata concessa piena libertà: faccio la musica che voglio e mi sento supportata. Nessuno mi dice cosa dovrei fare. Per me questo è un aspetto importante: non faccio musica per soddisfare qualcun altro o per un’idea di successo. La faccio per sentirla, per la sfida di trasformare qualcosa che ho in testa in suono. Non so mai come verrà fuori, ed è questo il bello.

Parliamo un po’ di Creature of Habit, il tuo nuovo disco. Ho notato che i testi sono ancora molto personali e intimi. Ti vedi in futuro scrivere testi più sociali o politici?

Non lo so. Ci ho provato, ma torno sempre alla prima persona. È naturale per me. Non si può forzare qualcosa che non sembra giusto. Però mi piace sperimentare. Il mondo esterno entra comunque, ma attraverso una prospettiva personale, empatica. Forse col tempo vedremo.

Puoi dirmi, dal tuo punto di vista, quali sono le canzoni più caratteristiche dell’album? E a livello musicale, la recente esperienza di End of the Day influenzerà il futuro?

Mi è piaciuto molto incidere End of the Day, fare qualcosa di diverso. Sicuramente in futuro vorrei sperimentare ancora, magari anche con musica per film.

Venendo a Creature of Habit, direi che la canzone più importante è Mantis. È quella da cui viene il titolo dell’album. Quando l’ho finita, mi è sembrata centrale, come se tenesse insieme tutto il disco, gli desse coesione. E poi ho avuto un incontro con una mantide religiosa sulla porta di casa: è stato un momento molto significativo, quasi come se mi avesse dato una direzione. È diventata un simbolo per me, e l’ho messa anche sulla copertina!

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