Courtney Barnett
Taxidermied kangaroos
-
Edoardo Bridda
- 6 Gennaio 2014
Tengo gli occhi aperti e tengo nota di tutto quello che accade attorno a me. Anziché usare il cellulare ora ho un taccuino su cui annoto tutto. Anche se una cosa non la ricordo perfettamente ricordo sempre le sensazioni che mi dava
Courtney Barnett, intervistata da SA, 2015
Originaria di Sydney e studentessa d’arte, più di tutto innamorata persa del rock americano dei 90s, dal grunge al lo-fi, dal DIY alla psichedelia, Courtney Barnett è una di quelle ragazze che dici essere baciate dal successo ma che quel successo non l’ha proprio voluto – o perlomeno, se solo si limitasse a farla suonare in giro per il mondo e non chiedesse altro…
Tanto poco ha fatto l’allora ventenne australiana per trovare fama e fortuna quanto relativamente in fretta le sono arrivate. Fulminee anche le esperienze pregresse presso band come i Rapid Transit (dove suonava la chitarra ritmica) o Immigrant Union, questi ultimi fondati dal batterista Brent DeBoer dei Dandy Warhols e da Bob Harrow. Entrambe funzionali a una carriera solista che passa anche attraverso la fondazione di un’etichetta indipendente, la Milk! Records, che è poi una classica famiglia allargata. È con quella alle spalle, e con l’improbabile nome di Courtney Barnett & The Courtney Barnetts, che, nel 2012 pubblica I’ve Got A Friend Called Emily Ferris, un primo timido EP che raccoglie sei tracce eseguite con casereccia scioltezza da una ciurma di amiconi che non fa nulla per farsi notare, ma quello che fa lo fa bene. Lance Jr è la traccia che più si ricorda e si ricorderà del lotto. Ha un suo perché, e non solo perché quel giro di chitarra è paro paro quello di Polly dei Nirvana. L’ironia sta nel fatto che il pezzo è una reinterpretazione di Lance dei Dandy Warhols che è, a sua volta, un palese omaggio al brano di Cobain e co. Citazione sfrontata per testo sfrondato e, a parte questo, è un primo assaggio di una prosa tra l’autobiografico, lo svagato e l’astratto, ancora lontana dalle freddure che verranno, eppure già piuttosto significativa di una cifra stilistica che le si appiccica come una seconda pelle. «Mi sono masturbata con le canzoni che hai scritto», esordisce lei, che non è proprio Miss estroversione. «Mi hanno resuscitato le speranze / Mi è sembrato sbagliato [farlo] ma non c’è voluto molto / Tanto sono apprezzate le tue canzoni»; e poi occhio al disincantato ritornello – «Non significa che mi piaci eh / mi servono giusto per addormentarmi / Sono più convenienti del temazepam» – e al finale dalla sbeccata ironia: «Ho sottovalutato la tua intelligenza / Un po’ di erba mescolata con del sentimento / Film sopravvalutati marcati XXX / Eddai, suona con un po’ di dolcezza».
È da subito evidente quanto alla Barnett non piaccia far la giovane adulta della situazione. È una che osserva il quotidiano e ci ricama su senza troppe morali o giocando di sottili provocazioni. Anche la dialettica genitori figli entra nella sua orbita d’azione e lo fa fotografando la più banale e realistica delle situazioni che la riguardano, quella di lei e della sua cricca di amici, tutti musicisti squattrinati ma «meglio di qualsiasi cosa che senti alla radio». In Are You Looking After Yourself va in scena una tal giovane (lei) che ha messo su una band a cui del fondo fiduciario e dei telegiornali non potrebbe fregare di meno. Il babbo si raccomanda: «hai trovato un lavoro? Hai del denaro da parte per quei rainy days?». E lei, nel ritornello, a ribadire più volte che non vuole un 9 to 5 (ovvero un lavoro full time) che la rassicuri, le dia identità e che «ti dica “hey stai andando bene!”».
Nell’EP altre cose torneranno preziose: c’è quel fraseggio blues in libertà (Scotty Says), la coda psichedelica che parte anche dal country e che è parente di quello degli Immigrant Union (Canned Tomatoes (whole)) e i basamenti di quello slaker sound con il quale vien facile riassumere tante, troppe, fila. Giusto un annetto dopo, e siamo nel 2013, la Nostra batte il ferro già caldo con un secondo EP – How To Carve A Carrot Into A Rose – che ha già un altro passo: Out Of The woodwork parte col motore lento ma solo per mostrare una carrozzeria rinnovata dall’interno. Barnett ci canta su sensibilmente più scafata, sia come intonazione, sia a livello di narrazione.
È lei la prima cosa che ascolti, e non il prodotto di una jam tra ragazzi in garage come accadeva giusto qualche mese prima. Le strofe sono pronunciate in modo più conciso, la voglia di dipingere sensazioni in parole moltiplicata, il registro sognante e nirvanegginante («don’t apply compression gently») mantecato a dovere. La traccia, o meglio le prime due tracce del nuovo EP testimoniano tutto questo, ma senza la terza probabilmente non staremmo qui a parlare di lei e probabilmente non l’avremmo mai vista nelle line up del Coachella e del Primavera Sound. Il pezzo si chiama Avant Gardener ed è il suo biglietto da visita, la traccia che le pioverà addosso, letteralmente, il pezzo che troverà la via nei blog e nelle riviste specializzate di mezzo mondo.
Quel brano le accende addosso i riflettori di coloro che già la vogliono songwriter generazionale, pallottola spuntata al pari di un De Marco rimbalzata su un presente in cui l’indie rock non è più florido come ai bei vecchi tempi ma che ha ancora bisogno di scampanati eroi che facciano da antidoti alla iperdigitalizzazione e ai social media.

Il singolo rappresenta il primo episodio dove è ben chiaro che dietro alle canzoni c’è un diario à la Cobain, un taccuino in cui viene riversato l’equivalente emozionale d’impressioni quotidiane, fatti accaduti a lei o ai suoi amici, tipo quelli di quel giorno in cui è finita in ospedale dopo aver subìto un attacco d’asma o di panico (non si capisce). Quel giorno Courtney, tutt’altro che una col pollice verde, si sente male dopo essersi data al giardinaggio. Trasportata in ospedale, ci sono dottori ad attenderla. La trattano con riverenza perché «è una musicista che suona la chitarra», mentre le sue attenzioni si riversano sulla dottoressa che l’ha in cura. «È lei la vera eroina, quella che salva le vite», commenta come se stesse leggendo e musicando assieme gli appunti presi di quel giorno. «Avrei dovuto stare a letto stamattina, preferisco di gran lunga la vita mondana».
Il finale del pezzo è un classico targato Barnett: brevi strofe ripetute in circolo, nonchalance in freddura di psichedelico garbo, il ricordo sfumato di un’epica sfiga, il sorriso che le si stampa di lato sul viso: «non sono brava manco a usare l’inalatore per l’asma / mai stata brava con il bong / Mai stata brava a inspirare in generale / Mai stata brava a inspirare in generale».
Diario
In Avant Gardener funziona tutto, anche solo quel titolo in cui il prefisso fa a pugni con il suffisso. Courtney riesce a portarsi al confine tra narrazione catatonica, distaccata affabulazione e rotondità pop come non le era riuscito fino a questo punto, quel porsi a mezza via tra il bozzetto e il ricamo che la ricollega alla vena del miglior Malkmus. Se avesse amato Beck quanto il Bugo degli esordi, quello sarebbe potuto essere il riferimento più ovvio; per lei qui valga il frontman dei Pavement, uno che scruta e affetta la realtà con un arguta dolcezza, svagata semplicità, sfrondando strofe, tagliando code o, al contrario, lasciandole correre in libertà.
Anche Jonathan Richman (quello degli esordi con i Modern Lovers, adenoidi a parte) è un altro bel personaggio da accostare alla sua franca indole da giandona che fa fatica ad alzarsi dal letto ma che la sa lunga quando vuole, e non dimentichiamoci di Kurt Vile (Wakin on a Pretty Daze), un’altra assonnata macchietta che pare afflitta dalla sua medesima indolenza, personaggio con il quale i paralleli vengono ancor più naturali. Non a caso i due si fiuteranno a vicenda dando vita, nel 2017, a Lotta Sea Lice, disco che sarà più farina del sacco di lui che di lei ma tant’è: la perfetta simbiosi tra i due, che da ipotesi sulla carta si trasforma in 13 canzoni (di cui due davvero memorabili), fa di lui l’incarnato maschile di lei e viceversa.
Alla girandola di riferimenti maschili ne possiamo abbinare un paio di femminili, ma più per par condicio – e la grana grossa degli arrangiamenti tra lo-fi, grunge, indie e punk rock – che per sostanziali somiglianze. In breve, il distinguo principale tra le due donne con le quali la Barnett è spesso paragonata, ovvero Courtney Love e Liz Phair, va tracciato sulla base dell’ambizione e della consapevolezza del proprio posto all’interno dell’immaginario rock. Per la frontman delle Hole e l’autrice di Exile In The Guyville, l’unico r’n’r possibile è quello glorioso di tradizione 70s, con fama, successo e oliati meccanismi mainstream a rappresentare croce e delizia di una carriera di successo a cui ambire, la giusta ricompensa per il duro lavoro svolto in studio e in tour, grazie a un mestiere complicato anche dalla debordante presenza maschile. Per la Barnett, e lo vedremo anche in seguito, il successo è qualcosa di incidentale e problematico che comporta nuove responsabilità ed esposizione di sé, inedite pressioni e difficoltà. Non che le manchi il desiderio di raggiungerlo, beninteso, ma non è neppure qualcosa da lasciare sottotraccia, da non includere in un tortuoso processo creativo. Ne va di mezzo l’integrità e la sincerità del resto.
A Sea of Split Peas
Tornando a poppa, How To Carve A Carrot Into A Rose, il disco in cui è lei a condurre il gioco, poggia su basi ora più folk rock ora più folk psych, e il piccolo successo racimolato da questo e dall’esordio trova suggello, sempre nel 2013, nel celebrativo The Double EP: A Sea of Split Peas, su House Anxiety/Marathon Artists. La pubblicazione funziona, in pratica, come l’album di debutto per la stampa internazionale, facendo da volano ideale per una prova sulla lunga distanza che arriverà con la giusta calma. Nel frattempo la ragazza, che come molti suoi coetanei aussie è cresciuta con il mito degli INXS, ha dedicato alla band del compianto Michael Kelland John Hutchence un’intera esibizione live basandosi sullo straclassico degli anni ’80 Kick ed eseguendo da quel disco tutte le canzoni in ordine di apparizione. Il concerto in verità risale al 2012 come parte della serie Summer Of Classic Albums promossa dall’etichetta Pure Pop Records, ma trova diffusione attraverso la condivisone per lo streaming del 2014, grazie allo zampino di Stereogum. Per lei all’epoca è la cosa più challenging che abbia mai fatto («I’ve never been as nervous as I am right now for any show I’ve ever done») ma la sfida più grande è lì che l’aspetta.
Ho iniziato ascoltando Nirvana e Guns & Roses come molti ragazzi della mia età. Ma quando ero piccola non sentivo molta musica. Ho iniziato ad appassionarmi lentamente, nel corso degli anni, man mano che gli amici mi facevano conoscere qualcosa di nuovo»
Courtney Barnett, intervistata da SA, 2015
Nel frattempo, la booking impazza, e così i live, tra cui quello all’interno del Nos Primavera Sound che porta alla condivisione di due tracce via YouTube. Viene anche pubblicato l’inedito Pickles From The Jar come parte di un 10” a cui partecipano Jen Cloher, Fraser A Gorman e la band The Finks and Royston Vasie. È un r’n’r primitivo e scanzonato alla maniera degli Half Japanese che se la gioca sulla più semplice delle dialettiche. Con la scusa di descrivere due persone che pronunciano le stesse parole in modi differenti, una di Hobart capitale della Tasmania (nonché città da dove proviene Courtney) e una di Adelaide, capitale dello Stato dell’Australia Meridionale, il tratteggio basale della Nostra è per descrivere due modi totalmente opposti di concepire la vita. Come il sole e la luna o, come dice lei, «la sera e la mattina». E poi c’è il lieto fine: se il fantomatico lui dice «Christopher», Courtney risponde «Walken» e insieme i due condividono l’amore per …Christopher Walken. Puro svago barnettiano.

Istant freddura in salsa grunge
Il tour e il 10” rappresentano le ultime mosse prima dell’esordio, che esce a gennaio del 2015 sull’etichetta statunitense Mom + Pop Records di Michael Goldstone. Titolo – lunghissimo – Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit – ed ennesimo graffito di un disarmante autobiografismo, a partire da uno slogan che è anche una riaffermazione di uno stile di vita: qualche volta mi siedo e penso altre volte mi siedo e basta. Vabbé, pare anche un tantino insistente questo ribadire di continuo la propria normalità.
Fatto sta che sono queste le premesse sulle quali poggia il ritornello del lead single, Pedestrian at Best, un pezzo che parla proprio del successo racimolato in breve tempo e di quanto il nuovo status le provochi sentimenti contrastanti. Detto in breve, Courtney, che, come fa spesso, pare rivolgersi a un lui per in verità raccontare di una dialettica tra sé e il mondo, vuol esser lasciata in pace. Papale papale: se la metti su un piedistallo, lei ti deluderà. Se la esalti, lei si prenderà i tuoi soldi e ne farà degli origami.
Put me on a pedestal and I’ll only disappoint you / Tell me I’m exceptional, I promise to exploit you / Give me all your money, and I’ll make some origami, honey / I think you’re a joke, but I don’t find you very funny
Pedestrian at Best, 2015
Il singolo di lancio funziona alla grande, e così il videoclip con la Nostra nei panni di una sfigatissima clown, un ottimo esempio di come il suo immaginario totalmente indie rock possa benissimo venir riavvolto sul nastro, e sulle VHS, dell’indimenticata MTV degli anni d’oro. Va da sé che i Nirvana di Nevermind sono, come al solito, l’accostamento più lampante, ma è sul testo che la ventisettenne vince, ancora una volta, la partita. Portando il canovaccio di Avant Gardener al livello successivo, Barnett scruta e osserva, riversando gli appunti dei taccuini in rime dalla franca dialettica che possono nascere anche lì per lì, grazie all’ispirazione del momento («Pedestrian At Best è stato uno degli ultimi pezzi che ho scritto. Erano due settimane che avevo in mente quel riff. Il testo, invece, è stato scritto il giorno stesso in cui è stata registrata»).
Allargando il cerchio al disco, la retorica della semplicità ritorna prepotente, con la press che ribadisce le parole di lei «è un ritratto autobiografico di una persona normale con normali emozioni con tutti gli alti e i bassi del caso». Aridaje, eppure come non notare che al centro delle relazioni sentimentali e amicali descritte c’è questa nuda realtà frutto di osservazioni, riflessioni, frasi buttate là come indizi, perché suonano bene o a casaccio, discorsi che prendono pieghe un poco surreali incorniciate dalla più banale e anche noiosa delle routine quotidiane.
Dal punto di vista più strettamente musicale l’album rappresenta il biglietto da visita di uno stile che porta il blues a passo d’uomo, tra accenti country e desert psych, sulla punta di uno scazzo che sa di Darren Hayman, come del sopracitato Jonathan Richman, ma anche di un altro grande narratore, Lou Reed, un mondo che dall’aussie si riversa sull’occidente tutto insomma. Anche Beck, in particolare il suo anti-folk degli esordi, rientra ora nella girandola dei paragoni e delle affinità e divergenze del caso, ma ciò che più conta è che, rispetto alla macina di un revival che comincia a ingranare nelle indie chart (vedi l’exploit di Car Seat Headrest, Waxahatchee, Carpool, ecc.), Barnett ragiona ancora su una poetica originale e coerente che la riconduce alle origini del suo percorso artistico. Emblematica, in questo senso, Depreston, «una delle canzoni più vecchie del disco», ammette lei in una nostra intervista di quell’anno, un pezzo scritto in un periodo particolare in cui cercava casa ed era rimasta senza soldi.
Mi sono ritrovata in questa abitazione di periferia, credo fosse di una vecchia signora morta da poco. C’erano ancora vecchi dischi, centrini e foto attaccate alle pareti. Una cosa veramente triste
Courtney Barnett, in una nostra intervista, 2013
Da un altro punto di vista ancora, la bontà di Barnett consiste nella capacità di arrotondare tutti gli angoli, o quasi, del proprio foglio stilistico su armonizzazioni che non rifiutano il ritornello ma neanche se ne fanno travolgere. Senza tornare a parlare di Cobain, detta brutalmente, il suo è uno stile slacker tradito dalla spontaneità per la melodia. Ecco perché non è strettamente necessario comprendere tutto ciò che dice per respirare il suo mondo, e questo lo si capisce dall’altra hit del disco che è Dead Fox, come nelle persistenti voglie di r’n’r (Nobody Really Cares if You Don’t Go…) e 50s (Debbie Downer) di un disco che, se non fosse per i testi, avrebbe comunque un bel tiro e, viceversa, se tutto si basasse su quello, la sua sarebbe sicuramente una proposta sopravvalutata.

Dico ciò che penso
Tra il debutto e il sophomore Tell Me How You Really Feel, fatto salvo il sopracitato album con Vile, passano circa tre anni, e fin dal titolo scelto – Tell Me How You Really Feel – si capisce quanto Courtney ami fare le cose a modo suo, con i suoi tempi e assecondando quella franchezza che sembra alla radice dei molti rami che la collegano al mondo, tanto quanto il caustico sarcasmo con il quale lo osserva. Quel dimmi cosa provi veramente è dunque qualcosa che sta in mezzo tra una spassionata richiesta e una espressione icastica (sottolineata dall’aggiunta di quel “really”). Le persone non dicono mai veramente ciò che pensano. Magari non mentono, semplicemente nascondono, elidono, tralasciano, se la raccontano. E in un mondo del genere, rimugina la Nostra in versione saggia, diventa fondamentale comprendere cosa la gente provi per capire cosa si agiti dentro di noi.
È un disco arrabbiato, frustrato e triste. Stavo cercando di sentire queste emozioni per affrontarle, invece di scansarle. Mi sono concentrata nell’usare il songwriting per fare questo lavoro su me stessa. È un lavoro dove la mia vulnerabilità viene fuori più che mai
da un’intervista a Pitchfork, 2018
Prodotto assieme a Burke Reid, già in sella per il debut lungo, e suonato con la sua live band, ovvero Bones Sloane (basso e ai cori), Dave Mudie (batteria, cori) e Dan Luscombe dei Drones (chitarra), questo è un disco che parte dall’urgenza e assieme dalla difficoltà nel trattare temi fastidiosi, scomodi e anche dolorosi, captati da una contemporaneità affatto rosea, né a livello politico (populismi e destre al potere), né psicologico (l’aumento incontrollato dell’uso di psicofarmaci), né tanto meno per quanto riguarda la questione delle differenze di genere di cui lo scandalo Weinstein è soltanto la punta dell’iceberg (misoginia, patriarchìa al seguito).
Per eccentrico che possa sembrare, è un album che invece di essere stato scritto su taccuini e salviette del bar, ha trovato una propria cartacea concretezza su fogli dattilografati con una vecchia macchina da scrivere regalatale da un amico, battuti al ritmo di uno al giorno come terapia anti blocco dello scrittore. Utilizzare la macchina da scrivere sarà anche un po’ hipster, ma nella pratica, specie per i principianti, equivale a cambiare radicalmente il modo di buttar giù i propri pensieri. I tasti avranno anche «un loro curioso ritmo», ma il non saperli premere con la stessa velocità della scrittura manuale comporta necessariamente un cambio di rotta che si estende ben al di là della tecnica dattilografica.

Del resto, la necessità di cambiare il proprio modo di lavorare nasce con lo scopo di affrontare certe spinose questioni che le agitano i pensieri e sciogliere le reticenze che non le permettono di metterli giù. Ne viene che l’intero disco parla di questa difficoltà ancor prima che di temi specifici, e contrappasso vuole che invece di risolversi in un lavoro di slabbrata psichedelia o di un riottoso assalto all’arma bianca, è un disco bilanciato, fatto di canoniche canzoni con le strofe che preparano ai ritornelli e con arrangiamenti più diretti e compatti che mai. Insicurezze, rabbia, rifiuto di rappresentare un modello o una guida, trovano un primo interessante sunto negli abiti attillati del beffardo lead single che ne anticipa la pubblicazione, Nameless, Faceless.
È il primo pezzo a mostrare questa Courtney più matura ma anche più potabile. Curioso che dietro alla rinnovata semplicità si nascondano le tracce di una travagliata session con tre differenti arrangiamenti a convivere all’interno della stessa trama. Tra una intro un poco glam, della psichedelia pastorale ad accompagnare le strofe e l’accartocciato punk rock del ritornello che tira in ballo la scrittrice di The Handmaid’s Tale, Margaret Atwood («gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne hanno paura degli uomini perché pensano che le uccideranno»), il pezzo si prende carico delle finalità di un disco che, scontentando chi di lei apprezzava la posa più slabbratamente grunge, oppone scrittura e arrangiamenti solidi, variegati e affatto banali.
Del resto, a guardarci bene, assieme alla squadra vincente che non è cambiata rispetto all’esordio, anche questo è un lavoro dai cerchi concentrici: l’opener, Hopefulessness, proprio come quella del suo secondo EP, è lenta e narcotica ma sa pungere a dovere con strofe che in questo caso tirano in ballo Carrie Fisher («Take Your Broken Heart / Turn It Into Art»), e lo stesso si può dire di Need A Little Time, che parla dell’abbandono, del prendersi del tempo da se stessi e da tutto un contorno di persone e situazioni, o di Help Your Self, che tira in ballo il Chi e il bilanciamento tra corpo e mente. Dunque è su questa rinnovata dattilografia dei sentimenti che il disco intende affrontare più apertamente problemi di alcol, depressione («Empty Bottle Blues… …You Know It’s Okay To Have A Bad Day») e abuso di psicofarmaci. City Looks Pretty li incrocia sul volante di un tragitto cittadino, racconta di amici che la trattano come straniera e di stranieri si comportano come se fossero i migliori amici.
Un sentirsi disadattati che si ricongiunge con la domanda retorica che dà titolo al disco, una miccia che esplode nel contagioso ritornello di Crippling Self-Doubt and a General Lack of Confidence, che se musicalmente è il più scanzonato del lotto, è anche quello più nichilista («I don’t know, I don’t know anything»), oltre che quello dove è più probabile il contributo delle sorelle Kim e Kelley Deal, ovvero il nucleo fondante delle Breeders che, in precedenza, l’avevano voluta nel loro più solido comeback di sempre, All Nerve.
Anche l’album con Vile ha lasciato la sua eredità e i brani che risentono di più della collaborazione tra i due sono posti in calce: Walkin’ On Eggshells è una zampata pacata dagli accenti psych country, mentre Sunday Roast, sulle stesse traiettorie, è invero la gemma nascosta dell’intero disco, un brano agrodolce dei suoi che dice quel che deve con tono sommesso prima («Non venirmi incontro con le braccia a penzoloni / Gettamele al collo / Come una sorta di dolce sollievo / Spero tu non te ne vada mai via / E’ tutto uguale per me») e amarognolo poi («Conosco tutte le tue storie ma le risentirò di nuovo / E se te ne andrai lo sai mi mancherà il tuo volto»), ideale chiosa a un disco sicuramente inconcluso ma non inconcludente, forse il prodotto della farina di un sacco differente.
Le cose che necessitano del loro tempo
Passano tre anni da Tell Me How You Really Feel all’uscita del nuovo lavoro, un tempo trascorso in parte in tour (aperto idealmente da un Unplugged), in buona parte a prendere appunti e in parte a registrare. Le recording session avvengono tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 tra Sydney e Melbourne a coronamento di un periodo particolarmente felice per la songwriter e questo nonostante una pandemia di mezzo che giocoforza le limita movimenti e relazioni sociali. A produrlo troviamo la batterista delle Warpaint Stella Mozgawa, in precedenza già al lavoro tra gli altri con Cate le Bon e l’amico e compagno discografico di Barnett Kurt Vile.
«I drag a chair over to the window / And I watch what’s going on», recita Rae Street, primo singolo estratto Things Take Time, Take Time, che esce a novembre 2021 per Mom+Pop. Più che semplici versi, un manifesto programmatico che rappresenta alla perfezione quel rubare stimoli alla vita vissuta per restituirli all’arte che è da sempre una caratteristica della proposta musicale della musicista australiana. Ovvero la sua capacità di ricavare storie dalle esperienze dirette e dai personaggi che incontra, filtrandole attraverso l’occhio attento di una osservatrice a cui non sfuggono i particolari e trasformandole in immagini lucide e lontane dalla retorica. Come ad esempio accade nella già citata Rae Street, scritta evidentemente in periodo di lockdown: «Light candle for the suffering / Send my best wishes with the wind / All our candles, hopes and prayers / Though well-meanin’ they don’t mean a thing / Unless we see some change».
Il motivo per cui Things Take Time, Take Time è meno asprigno e nervoso, e invece decisamente più intimo e rilassato, rispetto al bellissimo Tell Me How You Really Feel del 2018, ci pare proprio questo: i limiti imposti dalla pandemia hanno portato Barnett a leggere la realtà partendo da sé stessa e dalle persone che aveva accanto, lasciando perdere forzatamente il mondo esterno. Ed ecco allora spuntare testi come quelli Here’s The Thing e Before You Gotta Go e di rimando i toni da ballad sognante della prima e il ripetersi quasi filastrocchesco delle parole della seconda, vere e proprie missive che sembrano indirizzate a un destinatario preciso, spedite dalla più classica delle camerette indie.
E che dire di una Turning Green che riprende un motorik kraut minimale e figliastro inconsapevole di artisti come Jane Weaver e Neu! per farci sapere che «You’ve been around the world / Lookin’ for the perfect girl / Turns out she was just livin’ down the street / Livin’ down the street», o che magari «The trees are turning green / In this springtime, lethargy / Is kind of forcing you to see / Flowers in the weeds»? Come dire che l’universo a volte può stare tutto dentro al tuo quartiere e al tuo giardino, se diventa impossibile viaggiare fisicamente (ed ecco tornare il video di Rae Street).
Se questa Barnett più intimista ci piace per gli arrangiamenti equilibrati e parole e metriche che a volte ricordano un Lou Reed meno cinico, la apprezziamo un po’ meno nel tono generale, che rimane un gradevole dormiveglia un po’ compiaciuto nello star lì a riflettere tutto il giorno ammirando il panorama. Anche se poi qualche movimento piacevolmente scomposto lo si coglie ad esempio in una Take It Day By Day che ci ricorda che, va bene la filosofia di vita del “prendere un giorno alla volta” per superare i momenti brutti, ma anche un pò di energia ogni tanto non guasta.
Insomma, questo è quanto, e non è lecito aspettarsi di più stavolta. Del resto c’è chi in periodo pandemico ha deciso furbescamente di lavorare a dischi di cover per ammazzare i tempi morti e avere nel contempo una buona scusa per andare in tour a Covid rientrato, e c’è Courtney Barnett, che in Things Take Time, Take Time ci informa che a volte può essere una buona idea togliere il piede dall’acceleratore e guardarsi un po’ attorno, magari assieme a qualche amica come la Stella Mozgawa (Warpaint) chiamata a produrre.
E pazienza se per il prossimo “classico” della discografia della musicista dovremo aspettare ancora qualche anno. Difatti, nel 2023, al posto di quello, esce End of The Day, un disco composto esclusivamente da brani strumentali nei quali alla struttura tradizionale delle canzoni è stata preferita l’atmosfera, le tonalità, la filigrana dei suoni. Un disco, inizialmente concepito come parte della colonna sonora di Anonymous Club, documentario sulla sua stessa vita diretto da Danny Cohen (peraltro selezionato di alcuni prestigiosi film festival cinematografici), finito per diventare un lavoro a sé stante. Brani non troppo “sdolcinati, scontati e didascalici”, e sono le sue parole, qualcosa che sicuramente l’avvicina alla musica (country) ambient dal gusto cinematografico e alle musiche più dilatate di Ry Cooder prestate appunto al cinema.
In cerca della melodia perfetta
Il trasferimento negli USA è una parte, ma non è tutto. Ci sono tanti piccoli cambiamenti che si sommano a questa sensazione più grande. Alcuni sono cose piccole, personali, pratiche, che magari sembrano poco interessanti, ma messe insieme creano il cambiamento. Altri sono più delle sfide personali: imparare ad affrontare le cose, adattarsi a nuove circostanze, elaborare il tempo che passa e le cose che cambiano
Courtney Barnett, nostra intervista 2026
Il passaggio successivo nella traiettoria di Courtney Barnett è segnato da una serie di cambiamenti concreti, prima ancora che estetici. La chiusura della sua Milk! Records (“Mi sentivo un po’ sopraffatta, non sapevo bene cosa stessi facendo”) e il trasferimento definitivo a Los Angeles (“quando il Covid è passato, mi sono ritrovata a pensare: Ho voglia di andare a vivere in America per un po’. E così alla fine l’ho fatto”), che lei stessa ci ha raccontato in un’intervista, aprono una nuova fase, suggellata dall’approdo alla Fiction (orbita Virgin).
Creature Of Habit, quarto album in studio, nasce dentro una transizione importante ma non è affatto un disco di rottura, né avrebbe senso aspettarselo: la grammatica Barnett resta quella di sempre, tra spoken word svagato, chitarre oblique e un’ironia disillusa che guarda agli anni Novanta senza mai trasformarsi in maniera. Più che nei riferimenti al passato – che tornano puntuali, da Pedestrian At Best a Avant Gardener, passando per le ombre di Kurt Vile e certo fraseggio cobainiano – il cambiamento si avverte nel modo in cui questi elementi vengono riorganizzati. La scrittura si fa più nitida, meno dispersiva, e lascia emergere con decisione quell’istinto melodico che da sempre abita le sue canzoni.
È qui che si colloca il senso del verso chiave di Mantis – “There’s no such thing as a perfect melody / but I keep searching every morning in the trees” – autentico manifesto poetico del disco. La melodia perfetta resta una chimera, ma la sua ricerca diventa pratica quotidiana, gesto quasi meditativo che si intreccia con una rinnovata fiducia nei propri mezzi. Non è un caso che Creature Of Habit suoni, a tratti, come il lavoro più apertamente pop della Barnett: Wonder e Sugar Plum esplicitano una devozione ai Go-Betweens mai così dichiarata, mentre One Thing At A Time, impreziosita dalla presenza di Flea, introduce un groove indie-funk che amplia ulteriormente la tavolozza.
A fare la differenza è anche il contesto produttivo: John Congleton, affiancato da Marta Salogni e da Stella Mozgawa, costruisce un impianto sonoro in cui bassi più presenti e synth discreti convivono con le consuete trame chitarristiche, senza mai sovrastarle. Ne risulta un equilibrio maturo, che riflette una consapevolezza nuova: quella di chi ha ormai messo a fuoco non tanto cosa vuole fare, ma chi vuole essere.
Così, tra episodi più assertivi (Mantis, Same) e momenti di riflessione (Site Unseen, con Waxahatchee), Barnett consegna il suo lavoro più accessibile e centrato: la dimostrazione che, anche senza trovare la melodia perfetta, si può continuare ad avvicinarla con ostinazione. Il perfetto esempio di ciò che dovrebbe essere un grande album di indie rock d’autore nel 2026.
[contributi di Fabrizio Zampighi e di Antonio Puglia]
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