Recensioni

7.2

Nero concreto, materico, tangibile e pure freddo. Uso questo banale gioco di parole per dire che Concrete Noir, progetto italiano che fa capo a Piero Fragola, già transitato per BPitch col duo WeLove insieme a Giorgia Angiuli, e con Thomas Pizzinga a formare il progetto Angle su Tiptop Audio Records, rimanda alla wave più synthetica e cold. Qui Fragola va in solitaria e sposta un po’ l’asse compositivo, unendo l’elettronica algida tipica del genere e la propulsione ritmica bella rotonda con chitarra e voce sempre molto “fredde”, ma di una freddezza malinconica e decadente, resa evidente non solo da atmosfere e titolo, già piuttosto indicative, quanto anche visivamente dalla commistione multidisciplinare che il nostro, docente presso lo IED e il LABA fiorentini, pone in essere con i video pensati praticamente per tutte le tracce dell’album.

Synth e chitarre, in pratica, per un lavoro che riprende le fila del discorso dark-ebm dei primordi, sia la fase dei primi anni ’80 à la Front 242/Klinik come per quella della “seconda onda”, alla Nitzer Ebb/Dive, per fare qualche nome, senza però ereditarne l’oltranzismo e la monodimensionalità, e quello poi attualizzato recentemente da formazioni come Martial Canterel, Staccato Du Mal o Xeno & Oaklander (tutte di casa presso la Wierd Records) che declinavano quelle atmosfere in forme meno marziali e più romanticamente evocative. Pezzi come David, con la voce stentorea del nostro su svisate di synth atmosferici e ritmica cangiante, Shadow In My Veins, pura synth-wave minimale e notturna, o Rain On Me, portale spazio-temporale che riattualizza la wave più oscura e ossessiva, dicono di un disco particolare nel suo rifuggire qualsiasi trend così come qualsivoglia trappola nostalgica, ma molto potente e, ci ripetiamo, evocativo nel suo proporsi in forme anche cinematicamente suadenti. Romance Ruins è quindi un album che sfrutta la memoria storica per slanciarsi in avanti e che nella sua algida distanza ci pone di fronte all’orecchiocchio la necessità di riflettere su decadenza e rigenerazione, sonora quanto storica e ideologica, attraverso una musica che ha la muscolarità dell’industrial, la visionarietà romantica di certa wave e la forza propulsiva del dancefloor più alienato e oscuro.

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