Recensioni

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Prima che diventassero la band ridicola e musicalmente inconsistente che sono adesso. Prima che rinunciassero a qualsiasi velleità artistica inseguendo un’idea di successo tanto fuori dal tempo quanto adatta all’epoca delle passioni tristi che stiamo vivendo. Prima che diventassero il simulacro di un gruppo di bravi ragazzi sensibili che ti fanno sentire a posto con la coscienza senza farti provare veramente alcunché. Prima di diventare autori di un pop bollito, scialbo e assolutamente non interessante al cui confronto gli U2 non hanno mai veramente sbagliato un disco, i Coldplay sono stati una band su cui era stato giusto puntare e su cui l’indie rock inglese ha riversato speranze che non hanno sempre avuto il risultato sperato.

Nel luglio del 2000, infatti, quando Parachutes usciva nei negozi di dischi, i Coldplay erano solo un nome fra tanti. Un quartetto londinese dalla faccia pulita e i maglioni larghi, educati, affabili, senza scandali alle spalle. Avevano due EP, un video girato in spiaggia sotto la pioggia — così britannico da sembrare uno spot dell’NHS — e un singolo che diceva: “Look at the stars”. Non sembravano destinati a diventare niente di più che una band da palco pomeridiano a Glastonbury. Per carità, una bella prospettiva, una band di fascia media del periodo post-Britpop nata dopo il declino degli Oasis, l’interesse dei Blur per altre cose, lo scioglimento dei Verve, l’evoluzione dei Radiohead nell’alieno che porta la musica pop nel futuro e che aveva in singoli come Why Does It Always Rain On Me dei Travis una delle canzoni bandiera.

Chris Martin lo sapeva: «Grazie per esserci, quando saremo grandi come i Bon Jovi vi ricorderemo», disse dal palco della New Bands Tent, 1999. Nessuno rise. Non perché non fosse divertente. Ma perché sembrava davvero improbabile.

E invece. Vent’anni dopo, i Coldplay sono una delle band più popolari (e più detestate) del pianeta. Una stadium band interplanetaria, che oggi sembra un ibrido tra un TEDx, un endorsement di Meta e una fanfiction sui Coldplay scritta da un algoritmo istruito a libri motivazionali. Ma Parachutes, nonostante tutto, merita ancora oggi un ascolto senza sarcasmo. Perché in quei 42 minuti c’è il nucleo di un’altra possibile storia. Quella in cui i Coldplay non diventano un brand globale, ma restano una band vera. Con delle canzoni vere.

Il disco è gentile. Suona piano. Non ha fretta. È un album fatto di fragilità ben accordata. Don’t Panic è praticamente l’episodio pilota di Skins in forma di canzone (infatti finì nella colonna sonora di uno dei film fondamentali per radicare l’immagine e lo stereotipo dell’indie rock: Garden State di Zach Braff). Shiver riprende le atmosfere dei Radiohead con le chitarre sostituendo la paranoia con la malinconia. Trouble è una confessione al pianoforte che oggi somiglia a una demo degli Oasis registrata durante una seduta di terapia di coppia. E poi c’è Yellow, ovviamente: una canzone che non dice quasi nulla, eppure ha detto tutto. Quattro accordi, una spiaggia grigia, nessun effetto speciale. L’epifania popolare più dissimulata della sua generazione.

È stato anche lo stesso Bono a ribadirlo: Chris Martin non canta come una rockstar, ma come un amico che si confessa a cuore aperto e non è sicuro di avere ragione (mentre l’essenza del rock’n’roll è forse proprio partire dal presupposto di avere ragione anche quando si ha torto). È una voce pulita, incerta, ma sincera. I suoi testi sono pieni di you, stars, beautiful, trouble e sono il tentativo post-adolescenziale di essere universale senza sembrare ridicoli. Quasi a voler accompagnare una generazione senza punti di riferimento in un nuovo Millennio che, di lì a breve, diventerà ancora più incasinato. E ci riescono. La band, ancora autentica, tiene insieme tutto: Jonny Buckland costruisce arpeggi come impalcature emotive, Guy Berryman regge il peso senza mettersi in mostra, Will Champion batte il tempo senza disturbare. Tutto è contenuto, ma non spento.

Parachutes non è un’invenzione, ma è la dimostrazione che puntare tutto sulla scrittura e sulle canzoni paga. Prende un’eredità (Radiohead, Jeff Buckley, Oasis, gli stessi U2, addirittura gli Stone Roses, gli Echo and the Bunnymen e i La’s da buona tradizione Brit Pop) e la riscrive in forma rassicurante. È lo spleen gentile di una generazione che voleva ancora ascoltare canzoni tristi in cuffia, guardando fuori dal finestrino. Prima che il mondo diventasse un feed infinito.

La critica accolse bene la band. NME parlò di “sottile profondità”, The Guardian lo chiamò “uno degli album più uplifting dell’anno”. Pitchfork, prevedibilmente, si limitò a un “piacevole ma dimenticabile” (e poi, ovviamente, lo rivalutò). Ma il pubblico, come spesso accade, ci sentì lungo. La radio lo passava ovunque. I Coldplay riempirono i teatri, poi i palazzetti. Poi arrivò tutto il resto.

Riascoltato oggi, Parachutes è un piccolo totem malinconico di ciò che i Coldplay sarebbero potuti diventare. Sarebbero potuti restare lì, tra Elbow e i primi Snow Patrol, tra Badly Drawn Boy e i Doves, i Veils e i Turin Brakes. Il pop inglese prima di Grey’s Anatomy, che ancora voleva essere prodotto da Brian Eno — nome non casuale perché i Coldplay effettivamente spiccarono definitivamente il volo verso il mainstream proprio collaborando insieme a lui per Viva la Vida or Death and All His Friends e Mylo Xyloto, replicando in tutto per il tutto il percorso degli U2 da The Unforgettable Fire in poi — flirtare con l’eredità dei più grandi, inserirsi nella scia dei Beatles e giocare un campionato che voleva l’universalità senza però rinunciare alla territorialità. Avrebbero potuto diventare i maestri dell’indie-pop colto, dei sentimenti sommessi, delle canzoni da ascoltare da soli. E ancora più di Parachutes fu il successivo A Rush of Blood to the Head a illudere ancor più sulle possibilità della band. Poi arrivò Fix You, e tutto cambiò.

Nel libro Post-Punk di Simon Reynolds si racconta, ad un certo punto, di come gli U2 non fossero certo gli unici a nascere in un contesto indie che puntavano alla grandezza ma che Bono fu l’unico ad avere il coraggio di fare quel salto necessario e di prendersi tutto. Dopo di loro, erano stati gli Oasis, che poi non hanno avuto testa (e canzoni) per reggere il gigantesco successo generato dalla doppietta killer Definitely Maybe e (What’s the Story) Morning Glory. I Coldplay hanno cercato di prendere quel ruolo e quello spazio avendo il coraggio — che gli va riconosciuto — di non voler essere solo una band rock ma di giocare il campionato dei nuovi idoli pop (da Justin Bieber a Rihanna fino al K-Pop dei BTS) e di avercela fatta. Chissà se chi si occuperà di archeologia della cultura popolare fra qualche centinaio di anni riuscirà a ricostruire, a ritroso, la carriera dei Coldplay. Cosa potrà capirne, quanto riuscirà a comprendere, mettendo insieme le kiss-cam, i braccialetti colorati e canzoni come Shiver e Yellow.

Parachutes resta una capsula del tempo. Un disco che non voleva cambiare il mondo, e che proprio per questo è riuscito a diventare una polaroid sfocata di una stagione storica e riesce a raccontarla con rara efficacia. È il momento in cui l’indie pop si preparava a diventare maturo da un lato e l’altro dell’Atlantico — di lì a breve anche la Sub Pop avrebbe abbracciato questa wave con band come Shins, Band of Horses, Iron & Wine e Rogue Wave — e la nuova sensibilità attorno a concetti come “sincerità”, “empatia” e “malinconia” si stava radicando anche a livello mediatico con film, serie tv, articoli, libri… insomma, un piccolo fenomeno introspettivo dopo la sbornia degli anni Novanta poco prima del marketing e prima che una nuova ubriacatura di massa arrivasse e, anche per i Coldplay, soprattutto per i Coldplay, tutto diventasse troppo.

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