Recensioni

Con la puntualità di un vetrinista algoritmico, il telegiornale passa il servizio dedicato al nuovo album dei Coldplay. Siamo a tavola. Mio figlio tredicenne esce dalla sua consueta nuvola di indifferenza riguardo ai notiziari e, rivolgendosi al sottoscritto, formula la seguente domanda: “ma come fanno questi a tirare fuori di continuo canzoni che vanno virali su TikTok?”. Rimango, per così dire, con la forchetta a mezz’aria. Temporeggio, poi bofonchio una risposta senza sostanza. Ovvero: rispondo senza rispondere. Tento di lasciar perdere, ma quell’interrogativo rimane appeso da qualche parte. E un po’, lo ammetto, mi tormenta. Quella stessa sera me lo ascolto, Moon Music. Più di una volta. Ed ecco, a quel punto una risposta mi sarebbe anche venuta. Ma era tardi. Avevo perso l’attimo. Meglio lasciar perdere.
Però magari qui due parole ci stanno bene.
Come iniziare? Ci provo: esistono parabole che, ancorché eccezionali, si estendono così tanto da appiattirsi nella prospettiva, così da perdere la curvatura e aderire all’orizzontalità degli eventi standard. Parabole cioè che si sovrappongono a quello che accade normalmente, giorno dopo giorno, anno dopo anno, tanto che poi smetti di farci caso. Si tratti pure di fenomeni come, appunto, i Coldplay. La cui vicenda/parabola ebbe inizio in termini di risonanza collettiva con quella Yellow che nel relativo video s’incendiava su una spiaggia piovosa, e fredda, e desolata. Correva il giugno del 2000. Cos’era, quella canzone? Tipo una declinazione terrena e indolenzita di certe ballate Radiohead altezza The Bends, di cui comunque all’epoca eravamo un po’ orfani, oppure (eppure) il segno che il brit pop più struggente e post-adolescenziale aveva lasciato qualcosina in eredità agli enigmatici anni Zero nei quali ci stavamo giusto acclimatando. Insomma, che ne so.
Fatto sta che: volli subito bene a quei Coldplay. Che poi col primo album Parachutes – uscito un mese più tardi – confermarono la natura deliziosamente interlocutoria della loro calligrafia: c’è sempre un gran bisogno di farsi stropicciare il cuore da canzoni che, palleggiando malinconia e trasporto, non pretendano di fare appunto che quello, stropicciarti il cuore. Come sia accaduto più o meno tutto quello che è accaduto dopo, vabbé, un po’ lo sappiamo e un po’ no. Fatto sta che nel ciclopico talent che è diventato il mondo del pop Chris Martin e compagni hanno saputo guadagnarsi una posizione stabile nel settore mainstream con vista sulle grandi arene. In virtù di cosa? Così a spanna, di un mix ben dosato di ampiezza melodica, impatto e pulizia vocale, capacità di svariare musicalmente conservando identità o comunque riconoscibilità, l’abilità insomma (e soprattutto) di spacciare per avventure quelle che in fin dei conti sono soltanto escursioni ben organizzate, che come ogni vacanza – più o meno, appunto, avventurosa – prevedono il rientro nella comfort zone dell’abitudine (e guai se fosse il contrario). Ascoltarli significava e significa sentirsi al tempo stesso esposti alle possibilità di un viaggio e al calduccio tra le mura di casa: se esistesse una parola per esprimere il dosaggio perfetto dei termini “evasione” e “rassicurazione”, beh, sarebbe un buon momento per usarla.
E vai con le milionate di dischi venduti. E i Grammy. E il successo dei tour, a proposito dei quali Billboard Boxscore ha recentemente certificato come quello di Music of the Spheres sia il “rock tour con il maggior incasso nella storia della musica” (circa 950 milioni di dollari per quasi 9 milioni di biglietti venduti). Rock tour, eh? Va bene, non è il caso di indignarsi: se Billboard e un bel po’ di altri media considerano i Coldplay come una rock band, forse è soprattutto un problema che riguarda il rock e cosa è diventato nella percezione comune. Di certo ho la sensazione che ai quattro londinesi la targa non dispiaccia affatto. Il loro percorso in effetti è segnato da flirt con il lato più ammiccante del pop, però sempre mantenendo aperti i canali con dimensioni più alte e altre (alternative?), tanto che nei crediti di un album come Everyday Life ti ritrovi a leggere i nomi di John Metcalfe, Alice Coltrane e Femi Kuti accanto a quelli di Max Martin e Federico Vindver (nientemeno). Il successivo e suddetto Music Of The Spheres sembrò a dire il vero eccedere questa dimensione liminare per dirigere senza indugio la cloche verso la costellazione del successo, pianificato assieme a una pletora di compositori/produttori e favorito da una oculata presenza di featuring (Selena Gomez, BTS, We Are King). Rock? Comunque sia, missione compiuta. Ed ecco il qui presente Moon Music a raccogliere l’eredità di quel moloch ipercromatico, presentandosi come una sorta di secondo volume in chiave ancora più spacey, a spingere cioè l’avventura in una distanza astratta, viaggio mentale/metaforico col ritorno incorporato anzi metabolizzato.
Ancora un plotoncino di produttori/compositori (se ho fatto bene i conti, sono confermati Bill Rahko, Dan Green, Max Martin, Jon Hopkins e Oscar Holter, mentre entrano in squadra Ilya, The Chainsmokers e Michael Ilbert) per un album che tutto sommato riprende la formula del predecessore, ovvero momenti iper-radiofonici immersi in una bambagia di episodi dal respiro più epico, dilatato e visionario. Come per Music Of The Spheres il risultato è, come dire, sconcertante. Non solo sembra che in esso agiscano due angolazioni, due intenzioni, due visioni aliene l’una per l’altra, ma che si faccia ben poco per dissimulare questa slogatura. È buffo: mi sono tornati in mente quei film antologici dei Looney Tunes (i cosiddetti “Comedy package film”) che raccoglievano una serie di cortometraggi tentando goffamente di abbozzare tra di essi un filo conduttore, senza troppo sforzo perché era chiaro che si rivolgevano a un tipo di spettatore a cui importava solo di trastullarsi con gli sketch in cui finivano di volta in volta incasinati i vari Bugs Bunny, Daffy Duck e Wile Coyote.
E quindi, l’ascoltatore compie il passo oltre la cornice felpata & glassata della title track (coadiuvati da un quanto mai eniano Jon Hopkins) per approdare al massimalismo pastello di feelslikeimfallinginlove, con la sua pulsazione tanto incalzante quanto garbata, la coloritura tiepida delle tastiere e l’enfasi melodica a fuoco basso (ma pur sempre enfatica). Come dire, decolliamo per raggiungere quote dove i concetti, i sentimenti, le emozioni promettono di farsi più sottili, ma non dimentichiamo le legittime esigenze delle onde radio che pretendono carburante per le playlist. Subito dopo ribadisce il concetto una WE PRAY che – chiamati al rituale del featuring Little Simz, Burna Boy, Elyanna & TINI – squaderna una latineria squillante e grossolana, tra strali neo soul, archi pretenziosi e tigna hip-hop: il potenziale in termini di streaming e airplay non è in discussione, ma a parte il boomerismo involontario del buon Martin (sembra un po’ lo zio che non ha capito bene come si usa Whatsapp) non ho capito bene cosa ci azzecca con, beh, tutto il resto. Come se avessero voluto incastrare Willy Coyote in una storiella di Daffy Duck, più o meno. O viceversa.
La sensazione si ripete altrove, con una GOOD FEELiNGS (ospite Ayra Starr) che sembra estorta a una scaletta di Justin Timberlake, con una AETERNA dal retrogusto Daft Punk (così tanto che ti aspetti un photobombing di Pharrell Williams, e invece no, mannaggia), con una JUPiTER che sprimaccia l’acustica e sventaglia coretti come un Ed Sheeran in fregola Dave Matthews, con una iAAM che nelle strofe tritura una baldanza ABBA per impastare un ritornello che diresti quasi degno – massì, diciamolo – dei Pooh. Non voglio dire che questo sia (il) male, anzi intendo più o meno il contrario: sono congegni perfettamente funzionanti, prodotti by design da un meccanismo che non si pone per niente l’obiettivo di scavare nel ventre dell’inaudito, ovvero di spiazzare l’auditorio, ma casomai di mettere a punto il prodotto a partire da modelli ben funzionanti, efficaci, redditizi. In altre parole: i Coldplay non possono fare altro che tentare di ottimizzare continuamente sé stessi rispetto allo spazio di mercato in cui agiscono.
Per quanto riguarda le tracce più – diciamo così – atmosferiche, non si esce poi granché da questo solco: la slogatura cui accennavo è solo in parte qualitativa e molto più, ribadisco, stilistica, formale, di visione e obiettivi. Vedi ad esempio Alien Hits / Alien Radio (anche indicata con un emoji dell’arcobaleno) come insegua suggestioni rarefatte congetturando una specie di bignami Sigur Rós, oppure la conclusiva ONE WORLD in cui la morbidezza del tocco deve chiaramente qualcosina alla penna di Brian Eno (non a caso: è indicato tra gli autori) mentre la solennità ombelicale piano-voce cede il passo a un respiro cinematico fin troppo pastorizzato. Insomma, tanti buoni sentimenti, ok, voglia di smarcarsi in territori più rarefatti o se preferite astratti, ma l’ispirazione fatica a uscire dal cassetto. O, meglio, si basta così com’è, sufficiente a spostare di quel tanto il focus estetico nel tentativo di nobilitare lo sforzo. Che però, nell’insieme, fa un effetto raccogliticcio e perfino goffo. Sempre che a qualcuno importi di questo insieme.
Perché in fondo quello che importerà e lascerà il segno sarà invece l’impatto dei singoli – alla fine non mi stupirei se fossero almeno cinque – sulle playlist e nel carosello incommensurabile dei reel, delle stories, dei post e via discorrendo, uno scroll dopo l’altro, scossa dopaminica dopo scossa dopaminica. A tal proposito, o forse no, mi accorgo che ho lasciato fuori una traccia, la conclusiva ALL MY LOVE (non chiedetemi il perché di queste maiuscole, non lo so, ho evitato di pormi la domanda): per la sua flemma al tempo stesso assertiva e crepuscolare, per quel piano che sembra sbucare da una solitudine abitata di rimpianti levigati ma tremuli, viene da pensare che sia stata concepita come un cripto-omaggio al Paul McCartney più malinconico, ma alla fine dei conti ostenta una gradevolezza telefonata, accogliente e smussata, che dimostra quanto il fattore Macca sia uno di quei misteri solo apparentemente decifrabili, in realtà assai complicati da hackerare.
Insomma, quello proposto dai Coldplay anche con questo loro decimo album in studio è un viaggio senza possibilità di perdere la rotta, un party caleidoscopico da villaggio vacanze, un sollucchero virtuale spacciato per un tentativo di blanda trascendenza. Il sapore dominante tra le loro canzoni – prese singolarmente e nel loro insieme – è quello di un’utopia a salve. Che poi, del resto, non è colpa loro: cos’altro potremmo permetterci in questi tempi avari di futuro, orfani di prospettive?
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