Recensioni

Alan McGee li ha apostrofati “piscialletto” e per alcuni i Coldplay non sono mai stati degni di essere annoverati tra i grandi nomi della musica internazionale. Quando la band ha esordito con Parachutes, presentandosi al mondo con un pop intimista, delicato e a tratti influenzato dai trascorsi sperimentali del quartetto, i numeri e i riconoscimenti sono fioccati: milioni di copie vendute e un Grammy come miglior album alternativo. Ma, in primis, ai Coldplay non è mai stata perdonata la faccia da bravi ragazzi della classe agiata che hanno la strada spianata, al contrario della narrazione britannica che esalta outsider della working class arrivati sgomitando alla loro Champagne supernova. C’è da dire che Martin e compagni nel corso della loro pluriventennale carriera ce l’hanno messa tutta a farsi odiare: la sindrome da U2, sempre attuale e serpeggiante, ha trasformato gli ottimi presupposti degli Ep d’esordio – in cui l’influenza dei Radiohead era ben presente – in coloratissimi album smaccatamente pop in cui la reiterazione di una formula autoriale sfocia in una forzata allegria mondialista.
Eppure, c’era un tempo in cui i Coldplay avevano dalla loro ispirazione e potenza. Risultavano credibili perché non erano impegnati a rincorrere qualcuno, ma trovavano la quadra facendo riferimento alle loro personalità: un amante della storia con un background classico e jazz che si alterna tra voce, chitarra e pianoforte, un polistrumentista prestato a una batteria precisa e muscolare, un bassista che si muove sul velluto e lavora nell’ombra e un chitarrista che avrà da qualche parte un altarino segreto di The Edge, ma che applica una certosina ricerca sonora a fraseggi che oscillano tra la semplicità e la tecnica. C’era un tempo in cui i brani (spesso relegati al ruolo di b-side) dei Coldplay avevano le radici ben piantate nel pop ma erano capaci di volteggiare con disinvoltura nell’aria, assumendo varie forme e accarezzando varie suggestioni.
Il 2002 è catalizzato dalla guerra in Afghanistan, mentre in gran parte degli stati del Vecchio continente viene adottata la moneta unica. Un periodo di cambiamenti, come quelli che si verificano nella vecchia Federazione jugoslava, e di conflitti, come il lungo dramma palestinese; di Editti bulgari e di riassetti politici, con la Russia che entra nel G8. Sul fronte musicale il secondo anno del nuovo millennio è caratterizzato dal ritorno dei Red Hot Chili Peppers con By the Way e dei debutti di Interpol e Libertines, così come dai dischi di Eminem, Bruce Springsteen, Avril Lavigne, Oasis, Alanise Morrissette e The Streets. In piena estate pubblicano il loro secondo album i Coldplay.
Quando la band torna al lavoro dopo un esordio destabilizzante le tensioni sono molteplici: alcuni membri sono a favore della continuità con Parachutes, altri vogliono cambiare. E poi quel successo sembra immeritato, lo si percepisce dalle impacciate esibizioni del quartetto e da quella timidezza che sembra prendere la forma di una domanda: “Cosa ci facciamo qui?”. I lavori di quello che diventerà A Rush of Blood to the Head sono fissati per il settembre del 2001 e la storia, che non tiene conto dei nostri progetti, sceglie di entrare in gamba tesa sul processo creativo dei Coldplay. Le immagini degli attentati alle Torri gemelle si riflettono sui vetri della sala regia, mentre in studio i musicisti si muovono spaesati tra i vari strumenti, indecisi sul da farsi.
Le cose cambiano quando Martin comincia a martellare due accordi sul pianoforte, non propriamente un riff come quello di Trouble e nemmeno la delicatezza di Everything’s Not Lost: Politik è un brano che prende vita nei cambi di dinamica. Parte violento, si muove con circospezione tra le inquiete strofe, esplode nei ritornelli, si ferma improvvisamente aleggiando tra le richieste di amore sopra ogni costa che Martin implora, prima di concludersi in un finale emotivo.
I Coldplay scelgono di cominciare così il loro secondo album, un disco che li lancia definitivamente nello star system, rendendoli più sicuri e, ovviamente, più popolari (anche grazie alla storia di Martin con Gwyneth Paltrow, quando quest’ultima faceva ancora l’attrice e non si dedicava alle candele dal sapore di vagina). Per Joe Tangari di Pitchfork, ad A Rush of Blood to the Head mancano le canzoni, mentre Alex Petridis sul Guardian scrive di una band “at the top of their game”: la critica si muove tra questi due estremi e propende generalmente per la mozione Petridis, magari meno entusiasta o, meglio, non quanto le vendite che, nel 2020, attesteranno sette milioni di copie vendute tra Regno Unito e Stati Uniti.
I primi cinque brani di A Rush of Blood to the Head rapiscono gli ascoltatori, incantati dal pop melodico dello stadium anthem In My Place, solleticati dal soft rock ritmato di God Put A Smile Upon Your Face, accarezzati dalla ballad The Scientist e ammaliati da Clocks. Quest’ultimo brano nasce da Martin che strimpella musica classica al pianoforte e viene inizialmente messo da parte perché non ritenuto “finito”. È il manager Phil Harvey a recuperare la demo e costringere quasi la band a inserirla nel disco, già posticipato dopo una lunga trattativa con la major perché ritenuto in una prima versione “spazzatura” dalla stessa band. Clocks è un brano atemporale che si stende su di un riff di pianoforte etereo ma ritmato, è una canzone ricca di un’atmosfera su cui un basso geometrico e chitarre in lontananza si piegano al volere di un synth pad sontuoso.
La seconda parte di A Rush of Blood to the Head si apre con l’avvolgente Daylight, prosegue con l’estemporanea Green Eyes e si raggomitola nella meditabonda Warning Signs, dove tornano gli archi di In My Place. Prima della title track, A Whisper col suo ritmo attorcigliato regala uno dei ritornelli più riusciti dei Coldplay. Ad A Rush of Blood to the Head il compito di accompagnare gli ascoltatori al brano conclusivo con una lunga coda strumentale. Dulcis in fundo, uno dei brani più belli scritti dal quartetto: Amsterdam è un lungo monologo di pianoforte che vede un Martin disperato (“And I know I’m dead on the surface, but I am screaming underneath”). Il ritornello sembra solo attenuare questo pessimismo in un’atmosfera quasi soul che rimane sempre tesa fino al secondo refrain, dove un organo rivitalizza un pianoforte arpeggiante prima di un’ultima esplosione controllata.
Per molti la carriera dei Coldplay è finita proprio con Parachutes, per alcuni non è mai iniziata. Ma A Rush of Blood to the Head inaugura sei anni di creatività ed eterogeneità, che spesso trovano apici in brani secondari come Crests of Waves, I Ran Away, Murder o One I Love, tutti pubblicati come lati B di singoli di successo. Di lì a poco il lungo X&Y avrebbe ampliato il sound della band in un chiaro momento di transizione verso Viva La Vida…, un disco da riscoprire al di là dell’abbagliante successo commerciale che ha avuto, non solo per la produzione di Brian Eno.
Il secondo disco della band, invece, ha sfornato canzoni da “effetto Coldplay” – credo che sia stato Alessandro Cattelan a usare questo termine – ovvero quei brani perfetti per i finali delle serie Tv degli anni Dieci del Duemila con scene al rallentatore in cerca di un climax emotivo. Ma, al di là di tutto questo, A Rush of Blood to the Head regala anche momenti di delicata rabbia e ballad malinconiche di cui, a volte, si può sentire il bisogno.
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