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Era l’ottobre del 2014, poco più di dieci anni fa, quando fece la sua apparizione l’esordio omonimo (su cd) dei C’mon Tigre. Ai tempi l’afflusso di titoli che invadevano il mercato era leggermente meno abbondante che ai giorni nostri, ma comunque sufficientemente importante affinché la pubblicazione si potesse perdere nel marasma delle uscite mensili. Di fatto il disco non aveva una grande promozione alle spalle, non c’erano foto ufficiali della band, e anzi la sua descrizione era quanto mai criptica: si sapeva solo che c’erano due leader dall’identità misteriosa – non se ne sapeva neanche la provenienza – con l’intento di creare un “collettivo di anime”.

C’erano, peraltro, alcuni featuring interessanti (tra i quali spiccavano la sassofonista americana Jessica Lurie e il compianto Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax), ma non al punto di catturare l’attenzione di un cronista distratto. Insomma, per notare i C’mon Tigre bisognava per forza ascoltarli con attenzione, e lo fecero in pochi. Chi ci passò, visse un’esperienza poco meno che straordinaria.

I C’mon Tigre risultavano, prosciugando al massimo la definizione, un gruppo che suonava funk. Ma era un funk peculiare, che sfidava qualsiasi categorizzazione, che appariva quasi disorientante per la panoplia di sottostili contemplati, in un’esuberanza espressiva senza uguali. A metà tra l’immediatezza e la cerebralità, tra un’istintuale spinta alla frenesia dance e una sofisticazione di scrittura straordinariamente evoluta. Emblematica in tal senso la loro canzone più nota di quel periodo, Fédération Tunisienne de Football, uscita come singolo apripista e ancor oggi un cavallo di battaglia dei live. Un pezzo che si regge su un riff chitarristico dal groove memorabile, ma che ha la peculiarità di muoversi su un tempo dispari, un 9/8, che abbina quindi alla ballabilità un struttura sbilenca e sfuggente; non siamo ai livelli di Disco Labirinto dei Subsonica, che nel suo genere è un capolavoro, ma poco ci manca. La seconda parte del pezzo vede poi l’intervento dei fiati, e questi gli conferiscono un mood africano ancora più efficace e suadente.

L’interplay tra chitarra e fiati risulterà d’altronde una delle caratteristiche marcanti dell’album. Lo possiamo sentire ad esempio in Life As A Preened Tuxedo Jacket, che acquisisce sfumature latineggianti per poi lasciar spazio a un guitar solo abbastanza torrido, oppure nella prima parte di Commute; ma al contempo quello stesso pezzo, che dura 8 minuti, si sviluppa in una seconda frazione eterea e impalpabile, sorta di jazz rock d’atmosfera che potrebbe ricordare certe cose rarefatte di Jon Hassell. Anche l’ambient jazz, definizione di comodo, è molto presente lungo il disco, a partire dal brano iniziale, Rabat, un malinconico downtempo per chitarra e voce, ma anche in Fan For A Twenty Year Old Human Being, in cui un sax che svisa liberamente ricorda certe sonorità zappiane e arabeggianti di Hot Rats, o ancora nella struggente Building Society – The Great Collapse, che rimanda vagamente ai Lounge Lizards, e nella sua versione parallela Building Society – Renovation.

Anche se apparentemente abbiamo visto finora riferimenti abbastanza storicizzati negli anni ’70, non bisogna assolutamente vedere C’mon Tigre come un album nostalgico. Al contrario, riesce a far convivere felicemente passato e futuro in un amalgama perfettamente bilanciato. L’esempio più luminoso potrebbe essere A World Of Wonder, un altro picco del disco: il drumming della sezione iniziale è tipicamente jazz rock e simili possono apparire i fiati insinuanti, ma al contempo c’è una voce solista sempre filtrata e distorta, e una base elettronica sullo sfondo che finisce col prendere possesso del brano nella parte finale, con un loop dominante screziato da un sax isolazionista. E poi un paio di canzoni più squisitamente pop, December e Malta (The Bird And The Bear), a dimostrazione che al gruppo non manca il talento melodico.

Avrebbe potuto essere un evento isolato, l’esordio dei C’mon Tigre, e invece è stato il punto di partenza di una bella carriera che da poco ha superato il decennio. Nel frattempo abbiamo scoperto che le due menti del progetto sono italiane, vivono a Bologna e sanno di volta in volta circondarsi di musicisti sopraffini, mentre il livello dei featuring è cresciuto drasticamente, poiché nel corso degli anni ha saputo coinvolgere personaggi del calibro di Colin Stetson, Seun Kuti o Arto Lindsay. I dischi pubblicati, 5 in tutto, hanno anche il pregio di essere particolarmente elaborati dal punto di vista grafico, con delle spettacolari confezioni in vinile che li rendono veri e propri oggetti d’arte.

Ne mancava uno all’appello ed era proprio l’esordio, che fu ristampato come doppio LP nel 2015, qualche mese dopo il cd, ma andò esaurito quasi subito. Questa nuova ristampa su Computer Students, che esce per festeggiare il decennale della prima release e si intitola giustamente TEN (Tenth Edition Newness), mette le cose a posto. La nuova veste del disco è graficamente ancora più ricca e affascinante, e a completamento dell’operazione viene pubblicato (solo in digitale) Live at Tpo 2015, testimonianza di un concerto bolognese del febbraio 2015.

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