Recensioni

Dieci anni e un sacco di uscite imbarazzanti in singolo dopo, rieccoli: tra una PES e una El Party forse solo Gué tra i tre ha saputo tenere una certa coerenza – qualitativa anzitutto – di fondo, pur nella sua (auto)narrazione sempre uguale a sé stessa, anche se sia la sua parabola singola che quella collettiva dei Dogo sembrano studiate a tavolino per far girare le palle tanto al pubblico generalista più benpensante quanto ai puristi hiphoppari più talebani.
Eppure recentemente la forbice sembra essersi stretta, in una rivalutazione da parte dell’intellighenzia critica anche di proposte come la loro, zarre e volgari ma proprio per questo dotate di una propria dignità, per quanto sindacabile. Da una parte c’è chi considera Mi Fist un capolavoro del rap in italiano, dall’altra c’è chi pensa che l’unica cosa buona seguita all’esperienza Sacre Scuole sia Di Vizi di Forma Virtù di Dargen D’Amico (un altro che ultimamente sembra fagocitato dal Sistema in via definitiva). Ad ogni modo questo ritorno del trio sulla traccia è proprio all’insegna del più mistico e ritmico boom-cha: un’operazione nostalgia realizzata in fretta e Furia per accontentare i fan e capitalizzare uno status di culto raggiunto in misura considerevole a posteriori.
Non c’è niente che non sia telefonato in questo nuovo disco; a partire dalla copertina con panetta di bamba logata che pare piazzata lì apposta – di nuovo – per infastidire chi i Dogo non li ha mai apprezzati, o capiti, fate voi. Il dittico iniziale è da manuale, con basi boom-bap super classiche e i due al mic in forma smagliata, a fare quel che sanno fare come meglio non si potrebbe: sgocciolare talento con grande maestria senza avere assolutamente nulla da dire, e se vi va bene la cosa beh, non poteva andare meglio. Nulla di più della solita e risaputa autocelebrazione a suon di «rimo da quando…» e «giù i piedi dal tavolo, i padroni son tornati», estetica milanese DOP e soliti bignami stradaioli di crimine e vita da hustlers. Guè sembra spesso che biascichi con in bocca una patata, ma resta impressionante la naturalezza con cui trasuda flow da ogni parte.
La minestra è questa, e la ricetta è ben dichiarata. Va detto che se il piatto è il vostro e lo stavate aspettando, c’è di che godere. I feat. sono pochi e calibrati su coordinate mangia-streaming tra Sfera, Elodie e il membro onorario Marracash che in Nato per Questo firma una barra che racchiude tutti i suoi limiti e tutto il suo talento (una buona metafora dell’operazione tutta). Sicuramente il disco non chiede nulla di più di quel che promette, e una lieve sfoglia di autoironia fa pure capolino qua e là. In King of the Jungle il gioco si fa definitivamente manifesto: si parte da un ritornello che pare un plagio di Mary dei Gemelli Diversi per finire nell’esplicita autocitazione di Note Killer. Vale a dire: stiamo celebrando questo e dev’essere chiaro a tutti: ora sta a voi scegliere se è quello che volete.
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