Recensioni
Christopher McQuarrie
Mission: Impossible – The Final Reckoning
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Davide Cantire
- 21 Maggio 2025

Mission: Impossible – The Final Reckoning è la summa non solo del Tom Cruise pensiero, ma anche del suo modo di intendere il cinema e come professione e come mezzo espressivo in grado di estendere un discorso molto contemporaneo e attuale (come può esserlo la minaccia dell’intelligenza artificiale), ergendo la propria persona – che a questo punto è un tutt’uno con il personaggio di Ethan Hunt – a salvatore dell’umanità (intesa come Hollywood).
C’è un momento ben preciso nella storia di Mission: Impossible in cui la saga si è trasformata completamente, passando dall’essere una versione dello spy-thriller riaggiornato all’epoca contemporanea dopo la fine della Guerra Fredda al Tom Cruise show, dove il volto principale del franchise, l’agente Ethan Hunt, è diventato qualcosa di molto di più che una semplice spia, un vero e proprio supereroe (benché senza poteri straordinari). Questa svolta, che inizia esattamente all’interno del quarto capitolo della saga, Mission: Impossibile – Protocollo fantasma, è stata determinante per il rinato successo del franchise, che con il precedente Mission: Impossible III (che non aveva fatto faville al box-office) aveva provato a rendere più centrale storia e personaggi.

Inoltre, Protocollo fantasma si inserì perfettamente nei piani di Cruise, che da qualche tempo stava cercando a riabilitare la propria immagine pubblica dopo qualche insuccesso commerciale (Operazione Valchiria) e alcune sbandate personali (la famigerata intervista da Oprah); per di più, Paramount Pictures, che fin dall’inizio distribuisce la saga, aveva tentato il colpo gobbo, affiancando alla star protagonista un nuovo (e più giovane) agente interpretato da Jeremy Renner (forte dei successi di The Town e The Avengers) nella speranza di aver trovato il sostituito perfetto per il prosieguo della saga. Cruise, invece, fu artefice di una delle migliori campagne pubblicitarie di sempre sulla propria persona, rivedendo il franchise come una sfida sempre più al limite non solo per Ethan Hunt ma per Cruise stesso, con acrobazie folli che l’attore esegue in prima persona, senza l’aiuto di stunt-men (tranne rarissime eccezioni).
Da Mission: Impossible – Rogue Nation in avanti, ogni film della saga cinematografica è stato pubblicizzato mettendo prima di tutto al centro l’impegno professionale di Cruise sul set e la dedizione verso la nuova e impegnativa scena che sarebbe stata centrale nella narrazione e nella definizione della messa in scena tutta. Questo modus operandi è diventato emblematico e ha assunto una valenza che andava oltre le operazioni sul set al momento dell’uscita nelle sale di un altro importantissimo sequel, Top Gun: Maverick. Per mesi, Cruise ha insistito nel voler far uscire la pellicola al cinema, c’era una pandemia in corso che ne minacciava la vendita alle piattaforme streaming, e alla fine ha avuto ragione lui. Ad esaltare ancora di più il suo ego ci ha pensato persino Steven Spielberg, che nel corso della cerimonia di premiazione degli Oscar 2023 gli ha detto di persona (ripreso dalle telecamere): “Hai salvato il culo di Hollywood e potresti aver salvato la distribuzione nelle sale. Davvero, Top Gun: Maverick potrebbe aver salvato l’intera industria cinematografica”.

Fallout e Dead Reckoning hanno insistito maggiormente sull’aspetto spettacolare e sulla messa in scena, sostanzialmente, di macro-sequenze ad alto tasso adrenalinico contornate da poche linee sulle quali costruire una trama inverosimile ma accettabile dal pubblico, che a quel punto non stava più investendo il proprio tempo sull’ennesima avventura di Ethan Hunt, ma sulla pelle di Tom Cruise e della sua ultima, fenomenale, acrobazia immortalata dalla macchina da presa. Se però Dead Reckoning aveva mostrato un Hunt costretto ad affrontare un nemico invisibile (proprio come in Maverick) che era costantemente un passo avanti a lui, dipingendo l’eroe della storia come fallibile, proprio perché umano, The Final Reckoning ribalta questo concetto, presentando da subito un Ethan Hunt/Tom Cruise super-uomo capace di architettare un piano infallibile per battere un’intelligenza pronta a spazzare via il genere umano (perché? non ha troppa importanza).
Il momento in cui si capisce il motivo per cui questo nuovo capitolo non ha più il titolo di Dead Reckoning – Parte due è presto detto: The Final Reckoning è la storia definitiva su Ethan Hunt dove – in un volteggio posticcio e alquanto improbabile – si rivela come l’intera saga non fosse altro che un’unica grande storia incentrata su un agente dell’IMF che è sempre stato più di quello che effettivamente mostrava, un salvatore, uno di cui l’umanità si può fidare e cui può riporre le sorti del proprio destino.

Ora, senza scomodare le derive Scientology che tutto questo aspetto della risibile trama richiama, si tratta chiaramente di un modo per raffazzonare dei difetti che erano apparsi evidenti già nel capitolo precedente: per quanto attuale e in anticipo sui tempi, la storia – con al centro la lotta tra analogico e digitale, tra umano e intelligenza artificiale – non è abbastanza profonda, il villain è il più insipido della saga, la decisione di mettere da parte il personaggio di Ilsa Faust (Rebecca Ferguson) in favore di quello di Grace (Hayley Atwell) è incomprensibile (se non per una mera questione contrattuale), così come l’improvvisa riduzione di quell’ironia di fondo che aveva risollevato le ultime uscite della saga, e l’idea di accentrare tutti i flussi narrativi delle precedenti trame su questo finale (?) è una mossa disperata che tuttavia sfrutta appieno quel fan-service che da troppi anni sta imbambolando spettatori e addetti ai lavori.
Fortunatamente, per gli spettatori almeno, sono presenti due sequenze – sbandierate dai trailer per i motivi di cui si diceva – che giustificano il prezzo del biglietto e che richiedono la visione esclusivamente in sala. La prima subacquea, che richiama quasi sfacciatamente il mondo delle sfide videoludiche, in cui a ogni nuovo avanzamento si presenta una sfida ben più complicata; la seconda è quella con cui si è tappezzato ogni manifesto pubblicitario dalla lavorazione in poi, che vede ben due biplani sorvolare il Sud Africa, con il nostro (super)eroe impegnato a sfidare la gravità e anche la sospensione d’incredulità richiesta nel buio di una sala cinematografica. Tom Cruise magari non salverà il cinema (per quello sono richiesti film di ben altro spessore), ma magari salverà l’esperienza in sala in questa battaglia per l’anima dell’intrattenimento spettacolare.
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