Recensioni

La saga di Mission: Impossible ha sempre costruito il suo fascino sul dialogo costante tra passato e presente, un passato fatto di guerre fredde e spionaggio analogico ormai resosi conto del suo inevitabile anacronismo rispetto a un tempo in movimento verso un futuro sempre più dinamico e imprevedibile.

Era già così nel primo leggendario capitolo di Brian De Palma, che faceva leva su un impianto narrativo e scenografico nostalgico che oggi definiremmo precursore, scollegato com’era dal resto dei suoi simili dell’epoca, ma già dal secondo funambolico capitolo (Mission: Impossible 2), John Woo aveva intuito le potenzialità iper-cinetiche del suo attore-produttore-capo-guru, dove la costruzione coreografica delle macro-sequenze action diventava prioritaria rispetto all’intreccio, che doveva rimanere basilare e semplice.

Se ne accorse J.J. Abrams, che nel suo capitolo (Mission: Impossible III) volle riportare il gusto per la narrazione su binari più centrali e portanti, su quel fascino creato a tavolino da De Palma e quell’estetica puramente 90s e alle strizzatine d’occhi a Hitchcock. Fu quasi un mezzo passo falso, se consideriamo il DNA di una saga che è andata migliorando negli anni e per questo quasi un unicum nel panorama hollywoodiano, che solitamente trascina i suoi franchise e li produce per inerzia fino all’inevitabile tracollo causa disinteresse generale.

Tom Cruise. Still da “Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno” (2023). Regia: Christopher McQuarrrie

Abrams, se non altro, contribuì alla resurrezione di un franchise che già dal capitolo successivo (Mission: Impossible – Protocollo fantasma) compì una nuova rivoluzione, inserendo molta più ironia e tornando a progettare sequenze sempre più al limite per il suo protagonista. Perché, prima di ogni cosa, Mission: Impossible è una sfida fisica e mentale per Tom Cruise, e contemporaneamente – specie da Protocollo fantasma in poi – diventa la narrazione epica della sua figura pubblica e mediatica, il racconto in prima persona di una volontà al di fuori del comune e di una potenza produttiva che ha pochi eguali oggi (le mettiamo al fianco la saga di John Wick per la scrupolosità maniacale con cui sono architettati visivamente certi blocchi narrativi).

E proprio da Protocollo fantasma sale a bordo, non a caso, Christopher McQuarrie, chiamato da Cruise a riscrivere il copione e dal capitolo successivo promosso a regista-sceneggiatore fisso della saga. Mai come nei successivi due film della serie si era arrivati a un tale connubio stilistico-narrativo tra messa in scena e racconto, tra spettacolarità e dialogo con lo spettatore. Mission: Impossible – Rogue Nation e Mission: Impossible – Fallout spingono fino alle estreme conseguenze questi concetti trasformando profondamente l’immagine e il senso di Ethan Hunt, eroe spericolato che sceglie di annientarsi completamente per mettersi al servizio di quello che non è più un semplice team ma una famiglia, un gruppo di sostegno vitale nell’impossibilità di instaurare altri tipi di relazioni (vedasi la parentesi fallimentare del rapporto con la Julia di Michelle Monaghan).

Per questo i semplici abbracci tra Hunt e Ilsa Faust (Rebecca Ferguson) risultano più autentici di tutte le relazioni amorose e sentimentali che il protagonista ha avuto nel corso della sua storia, perché è costruito sull’esperienza, sulla maturazione di un personaggio che ormai è sceso a patti con se stesso prima che con il mondo circostante, su una presa di coscienza che da subito ha cambiato di segno la saga.

Tom Cruise, Rebecca Fergusson. Still da “Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno” (2023). Regia: Christopher McQuarrrie

Ecco perché Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte uno quasi riduce al minimo perfino quell’ironia che aveva contraddistinto le ultime uscite, per scendere a patti finalmente con un mondo che è ormai un rebus agli occhi di qualcuno che lo ha visto mutare rapidamente sotto i suoi occhi impotente e inerte come chi sa che la fine è non solo vicina, ma inevitabile.

McQuarrie, stavolta totalmente interessato a rimarcare uno scollegamento che diventa via via sempre più evidente, ci mostra un Ethan Hunt costantemente in ritardo, sempre un passo indietro rispetto al suo nemico, che con una metamorfosi coerente (da Protocollo fantasma in poi, passando anche per quel trattato contemporaneo che è stato Top Gun: Maverick, scritto dallo stesso McQuarrie) diventa davvero invisibile e impalpabile, indecifrabile e privo di qualsiasi empatia perché svuotato di tutta la sua umanità, passando dalla fredda e cinica logica di Solomon Lane (Sean Harris) al mero calcolo probabilistico e subdolo dell’Entità, una glaciale intelligenza artificiale in grado di scandagliare l’animo umano e prevedere le debolezze di un mondo ormai diventato tutt’uno con la sua controparte tecnologica.

Tom Cruise, Hailey Atwell. Still da “Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno” (2023). Regia: Christopher McQuarrrie

Vero è che Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte uno soffre degli stessi problemi di ogni dittico diviso in due parti, ovvero una certa prolissità volta ad allungare il più possibile un discorso che è costruito per essere spalmato in due film anziché in uno solo, con il risultato di apparire ridondante in qualche occasione e rendere certi passaggi e personaggi delle pedine volte a far procedere la narrazione (la nuova aggiunta Grace, di Hayley Atwell, e la Vedova Bianca di Vanessa Kirby, qui meno a fuoco che in passato), ma le meravigliose sequenze action distribuite per tutta la durata (monstre, 163 minuti di pura estasi spettacolare) fanno bene il loro lavoro e tengono il ritmo elevato senza appesantire o colpire ai fianchi la concentrazione dello spettatore, questo per via di una fisicità palpabile, vero marchio di fabbrica della saga, e di una ricerca allo stunt definitivo che ormai si presta all’ufficio marketing con una naturalezza sconvolgente.

Sean Pegg, Ving Rhames, Tom Cruise, Rebecca Fergusson. Still da “Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno” (2023). Regia: Christopher McQuarrrie

Probabilmente il franchise hollywoodiano che più di ogni altro racconta meglio il tempo presente (reale e cinematografico), con Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte uno, McQuarrie e Cruise si dimostrano ancora una volta lucidi e intelligenti quanto basta per alimentare un discorso che si nutre delle suggestioni contemporanee per rielaborarle in chiave spettacolare e, perché no, togliersi perfino il vizio di costruire un ponte immaginario con il passato della saga stessa (il recupero del Kittridge di Henry Czerny è volto proprio a questo).

Tutto cambia e diventa sempre più inafferrabile, lo sa benissimo Ethan Hunt e lo sa anche Tom Cruise, eppure sia l’uno che l’altro (ormai quasi un tutt’uno) non sono disposti a svendere ciò che è stato per un futuro che appare tanto incerto quanto irto di minacce forse irreversibili ed è sensazionale che in questo stesso periodo storico Christopher Nolan si ponga esattamente le medesime questioni attraverso il suo biopic storico Oppenheimer. Ma di questo parleremo più avanti…

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