Recensioni

Se c’è una cosa in cui Netflix si è sempre distinta, è stata la discreta qualità produttiva dei suoi documentari a tema musicale, da quelli della serie Remastered (che hanno visto raccontati alcuni significativi momenti nella storia di diverse icone della musica come Johnny Cash, Sam Cooke e Bob Marley), passando per i ritratti di Nina Simone (in What Happened, Miss Simone?) o Quincy Jones, tra gli altri. Così, al culmine di questo periodo storico in cui il revival anni ’80 è stato articolato praticamente in ogni modo, dal successo planetario di Stranger Things a quello più recente di Super Mario Bros. o al ritorno cinematografico di Indiana Jones e del Batman di Michael Keaton in The Flash, solo per citarne alcuni, ma si potrebbe continuare praticamente all’infinito anche traslando sul mercato discografico, non stupisce che l’ultima (ma non ultima) delle operazioni produttive del colosso dello streaming riguardi uno dei gruppi di maggior successo di quel particolare e seminale periodo storico: gli Wham!
Ed è un’operazione che fin dai primi minuti risulta pregna di una certa nostalgia sanissima, non tanto per un’epoca che non è mai sparita del tutto, ma per un preciso senso della narrazione che è riuscita a trovare in due personaggi come Andrew Ridgeley e Georgios Kyriacos Panayiotou (che in seguito si sarebbe ribattezzato George Michael) due alfieri tutt’altro che scontati. Wham! di Chris Smith parte proprio dall’incontro tra i due, avvenuto tra i banchi di scuola quando non avevano che 11 e 12 anni; ad accomunarli inizialmente ci sono le loro origini straniere: Ridgeley è mezzo egiziano, mentre Panayiotou, come suggerisce il nome è greco-cipriota. I due legano subito e già dopo poco tempo un solo sogno comincia ad abitare le loro giornate, come quelle di milioni di loro coetanei in ogni frangente storico dell’ultimo Novecento: formare una band.
Gli anni ’80, come noto, sono stati un periodo floridissimo per il mercato discografico globale, così il terreno sul quale si affacciava il neo-gruppo appariva già ampiamente saturo, ma Ridgeley e Panayiotou emersero con un brano, Wham! Rap, che esponeva temi sociali evidenti e non banali ma attraverso un pop sfacciato e ultra-spensierato («I may not have a job / But I have a good time / With the boys that I meet down on the line»). Il duo però manca la classifica e a salvarli è uno dei colpi di fortuna più celebri: un ripescaggio all’ultimo minuto a Top of the Pops dove presentano Young Guns: ritmo scanzonato e accattivante (giovane diremmo oggi), volti allegri e una coreografia da denuncia (come ebbero a dire gli stessi componenti) centrarono il bersaglio e contribuirono a far schizzare in classifica il singolo.
Oltre che nella precisa ricostruzione della parabola artistica, Wham! è abile anche nell’acuto approfondimento psicologico, soprattutto dell’animo di Panayiotou. Convinto a non fare coming out a 19 anni (come avrebbe voluto), quest’ultimo letteralmente costruisce un personaggio di nome George Michael, che da quel momento diventerà sempre più predominante musicalmente, sia a livello autoriale che produttivo. Il temperamento di Ridgeley, però, non viene mai ignorato, anzi, a quest’ultimo viene finalmente riconosciuta la fondamentale importanza che incarnava. Non solo l’ancora di salvataggio per lo spaesamento identitario del collega, ma l’iniziale motore del duo prima e il promotore della carriera solista dell’amico poi. Ridgeley ha saputo buttare il cuore oltre gli sporadici litigi perché resosi conto, forse prima dello stesso Michael, del talento sconfinato di quest’ultimo (e che non era sfuggito nemmeno a uno come Elton John).
Infine, il documentario Netflix fa riflettere, specialmente oggi, sul ruolo della critica che, non sempre, ma frequentemente, è vittima di un pregiudizio sgradevole quando deve accogliere le novità. Ne sono stati vittime gli stessi Wham!, insultati in ogni maniera possibile per una giocosità e una spensieratezza che in quegli anni evidentemente il pubblico chiedeva a gran voce, spinto da una voglia di edonismo sfrenato che lo allontanasse per un momento dalla barbara ripetitività del quotidiano e dal dilagare della disoccupazione. Wham! è qui per ribadire la spesso sottovalutata eterogeneità degli anni ’80, dove anche negli episodi cosiddetti “più leggeri” (contrapposti allo spessore garantito da Cure, Depeche Mode, U2, Japan, Talk Talk e via dicendo) era connaturata una dedizione e un professionismo che forse oggi è molto più estraneo a certe dinamiche commerciali.
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