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Confesso che quando ho letto la parola “endometriosi” ho dovuto prendere in mano il dizionario, perché non avevo la minima idea di cosa fosse. «Malattia caratterizzata dalla presenza e dall’accrescimento progressivo di isole di mucosa uterina nella parete muscolare dell’utero, oppure nell’ovaio, vulva, intestino e altri organi», spiega la Treccani. Confesso pure, in tutta onestà, che non sapevo neanche chi fosse Chiara Martegiani. Ora sia l’una (la parola) che l’altra (l’attrice) vengono portate all’attenzione da Antonia, serie tv Prime disponibile in sei episodi dal 4 marzo che è appunto la storia di una ragazza, di professione attrice emergente, affetta da questa patologia altamente invalidante di cui si parla poco ma di cui molte donne soffrono.

C’è da dire però che il taglio del racconto è tutt’altro che grave, ampolloso, bensì leggero, ironico. Siamo dalle parti di La linea verticale, serie diretta dal compianto Mattia Torre in cui recita appunto Valerio Mastandrea, che in Antonia è Manfredi, compagno della protagonista non solo nella finzione, ma anche nella vita vera. Mastandrea e Martegiani sono partner anche fuori dal set, ma quel che più conta è che Martegiani è brava davvero, una bellissima scoperta, non solo per le sue qualità interpretative ma anche perché di questo dramedy moderno e pop allo stesso tempo è anche ideatrice e co-sceneggiatrice. Del resto l’endometriosi la vive sulla sua pelle, anche se – ha spiegato lei – il suo è un personaggio nato dall’esigenza di raccontare un momento particolare della sua vita («Avevo 31 anni ed ero in crisi, come molte donne a quell’età, non sapevo cosa fare, se volevo o no un figlio, farmi o no una famiglia e cose così. Poi durante la lavorazione ho scoperto di avere l’endometriosi e abbiamo deciso di inserirla nella storia»). Quindi l’idea originaria non prevedeva di affrontare materie cliniche ma l’avercele inserite in corso d’opera, tutto sommato, non ha mutato di molto il tracciato.

Antonia è una ragazza in cerca d’identità, dalla mimica e postura un po’ mascoline. Accanto a lei “recita” una gallina. Che c’entra? La gallina non nasce gallina poiché nei suoi primi sei mesi di vita è un pollo, va da sé l’allegoria, una proiezione psicologica della protagonista, con la differenza che le galline non vanno in psicoterapia mentre Antonia sì. Il percorso specialistico che intraprende, non serve solo ad affrontare la malattia vaginale che la affligge, ma anche a conoscersi meglio e prendere finalmente di petto i nodi della sua vita, che poi sono i soliti: amore, lavoro e salute, per dirla con le categorie degli oroscopi. Antonia infatti è irrequieta, è alla ricerca della sua dimensione, privata e professionale, è un vulcano in ebollizione e a essere sinceri non è nemmeno troppo simpatica. Ed è incostante anche nell’amicizia. Tutti difetti che non dissimula, anzi. In questo la Martegiani si mette a nudo e le va riconosciuto il merito.

D’altro canto Antonia, a suo modo, è stereotipica nel suo essere personaggio generazionale. Si fa portavoce di un femminismo for dummies à la Barbie («Qualsiasi cosa fai, è sempre colpa tua»), è inclusiva, frequenta un ragazzo che si definisce straight edge, cioè non beve, non fuma e non fa sesso occasionale. Si muove per la città in autobus o in bicicletta; parla un ottimo inglese; ascolta la musica giusta (quantomeno la soundtrack lo dà a intendere); va a teatro, agli aperitivi e ai concerti di musica da camera. Politicamente, non saremo entro i varchi della sinistra ZTL incarnata da Verdone, ma nell’anello cittadino appena esterno ci ricadiamo di sicuro.

Anche Manfredi è, per certi versi, stereotipico di una certa mascolinità che esula dal patriarcato: è un maschio sano e puro, comprensivo, che fa un lavoro umile; un uomo fragile, un perdente letto con le lenti di una società per la quale contano tutt’altri valori. Un maschio come quei maschi raccontati da Troisi quarant’anni fa. Ironia della sorte, a dargli il volto è proprio quel Mastandrea che non più tardi dello scorso autunno si rivelava marito secondino di Paola Cortellesi in C’è ancora domani (film tra l’altro appena riproposto in sala per l’8 marzo). In Antonia lui gli schiaffi non li dà bensì li prende (metaforicamente). Manfredi è un uomo paziente, condiscendente, uno dei pochi punti fermi nella vita di Antonia, lo scoglio in un mare in tempesta che è la vita di questa eterna ragazza.

Come tutte le narrazioni che indagano l’età di una transizione, oggi più che mai tendente all’infinito, l’interrogativo è sempre il medesimo: quale il destino di Antonia? Come “crescerà”? L’autrice non elude l’interrogativo. La protagonista non sembra inseguire qualcosa ma fuggire da qualcosa. Non sa esattamente quello che desidera, convive con un uomo ma si tiene aperta una porta, le piacciono i bambini finché sono quelli degli altri, non vuole che le si venga dentro senza ampio preavviso, anzi s’incazza di brutto se glielo si chiede durante l’amplesso e non prima.

Antonia è un simbolo però è anche one of a kind. La malattia di cui soffre ci fa empatizzare per lei ma in ultima analisi ciò che la rende irresistibile è da un lato la sua fragilità, tenerissima, umanissima, dall’altro la sua unicità. Antonia da una parte è portavoce generazionale per cui i trent’anni sono i nuovi venti, l’ultimo lembo di spensieratezza a cui si resta aggrappati per non essere risucchiati dalle responsabilità, dall’altra è meravigliosamente diversa da tutto il resto.

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