Recensioni

Sono due le verità lapalissiane che Vita da Carlo, la nuova serie co-scritta, co-diretta e interpretata da Carlo Verdone, e disponibile su Prime dal 5 novembre, ribadisce con forza. La prima riguarda la politica: che quella italiana sia ridotta da tempo a spettacolino televisivo è risaputo, e probabilmente far fare il sindaco o il Presidente del Consiglio a un attore cambierebbe poco la sostanza delle cose, quindi tanto varrebbe eleggerne uno che facesse ridere; e qui veniamo alla seconda verità, più dolorosa ma inesorabile: Verdone non fa più ridere da almeno vent’anni.

Si può invecchiare come Beppe Grillo o Enrico Montesano, reinventatisi leader piazzaioli/populisti, o farlo come il personaggio Verdone interpretato da Verdone, il Carletto nazionale, quello attiguo alla sinistra bene di un centro storico oggi non più verace ma terreno di caccia di Airbnb, un’icona che non fa niente per nascondere la sua predilezione per gli ambienti radical-chic. C’è tutto il pantheon del PD che prende voti solo nelle ZTL, in Vita da Carlo, e ogni riferimento – come si dice – è “puramente casuale”. Ma se la Roma da raccontare è cambiata, purtroppo è cambiato pure lui. In quasi tutti i suoi film post 2000 è quasi sempre un professionista affermato, abita in grandi attici nei pressi di Trastevere o piazza Navona, ha quasi sempre i problemi di chi si è fatto una posizione. In fondo – si dirà – continua a metterci un po’ di se stesso come ha sempre fatto; in fondo, ancora oggi quando va a girare i suoi film nei quartieri appena meno centrali, si assiste a scene di gente accalcata per strada e frotte di fan che gli chiedono i selfie, proprio come la serie, ripetutamente, sottolinea.

Verdone prende in giro se stesso in Vita da Carlo, ci sta, ma davvero si può paragonare la scialba comicità della sua seconda parte di carriera con quel tocco, quelle maschere e quelle semplici espressioni che disegnavano mondi come in Un sacco bello e Troppo forte? Oppure metterla sullo stesso piano delle amare e autoriali riflessioni di Compagni di scuola e Maledetto il giorno che t’ho incontrato? La gente è rimasta affezionata a quel Verdone, mentre questo Verdone si è ridotto ai cinepanettoni e Vita da Carlo non è che un panettone secondo ricetta televisiva aggiornata all’era dello streaming in cui l’artista romano offre cartoline stereotipate di una costellazione familiare e di una città che ormai esiste solo nella testa di un turista, o di un alieno; cartoline degne del Woody Allen di To Rome with Love o della Julia Roberts di Mangia prega ama.

Più che Verdone, in Vita da Carlo a emergere è una rappresentazione del personaggio Verdone: il se stesso stereotipato che i romani (e non solo) vedono di lui e in lui, l’espressione di una certa comfort zone alto-borghese cittadina che il taglio da fiction italiana esalta. Il taglio è interessante, la resa meno: ovvero siamo più dalle parti di Casa Vianello o, per fare un esempio geograficamente più prossimo, di Pazza famiglia di Montesano, che verso il meta cinema. Ne viene fuori una carrellata di bonaria, familiare, inautenticità, come il rock Nickelback sta a quello dei Led Zeppelin. E al gusto di Nickelback sono i caratteristi che rifanno il verso a Mario Brega e a Angelo Bernabucci (aka Finocchiaro), il panino notturno dallo zozzone ai piedi del Fontanone – che il protagonista divide con la farmacista interpretata da Anita Caprioli – o la sortita al chiaro dei lampioni tra le architetture squadrate dell’EUR alla ricerca della pillola abortiva.

In Vita da Carlo non c’è spazio per il puzzo di borgata, per le esalazioni della marana di albertosordiana memoria, del miasma misto d’asfalto e fumo, delle ascelle sudate e dei piedi scudisciati dal cuoio dei sandali; non c’è l’afa della Roma poeticamente deserta a Ferragosto né il seducente gelo dell’Europa centro-orientale anelata in Io e mia sorella, Perdiamoci di vista e Sono pazzo di Iris Blond, e questo perché il filtro – lo abbiamo capito – è quello del reality in cui infilare elementi seppur edulcorati di realtà, quel grandangolo all’interno del quale l’opera – va detto – è ben curata, pure di più delle (pessime) ultime pellicole del Nostro. Dieci puntate da circa mezz’ora l’una che se non altro scorrono filate anche grazie alle brillanti prove non solo degli attori affermati – Max Tortora, anche lui nei panni di se stesso, Monica Guerritore e la succitata Caprioli su tutti – ma anche dei “novizi”, tra cui Caterina De Angelis (figlia di Margherita Buy) e Antonio Bannò nelle vesti rispettivamente di figlia di Carlo e fidanzato di lei, Chicco, prima ripudiato e poi accolto. E poi le ospitate eccellenti: da Alessandro Haber a Morgan (che se la cava anche meglio di quel che ci si potrebbe aspettare), a Rocco Papaleo, Antonello Venditti e Massimo Ferrero (e c’è mancato poco che non ci fosse anche Totti, citato nell’ultima puntata).

Il filo rosso a tener uniti gli episodi è quasi elementare: a Verdone viene offerta dai vertici del Partito Democratico la candidatura a sindaco della Capitale, incarico verso il quale l’attore si mostra inizialmente dubbioso ma che poi finirà per appassionarlo fino a impegnarlo nella campagna elettorale dove dovrà guardarsi dai nemici ma anche dagli amici…I temi affrontati sono i cliché mediatici di una Roma che, a giudicarla dall’informazione generalista, sembra perfino meno peggio di quella che è. Si parla di problemi annosi, l’onnipresente monnezza in primis, ma dall’ottica di chi ne è solo sfiorato e li segue attraverso l’occhio filtrato dei tg di Sky guardati sul televisore da 75 pollici sistemato nell’ampio e moderno salone dove la domestica ha appena passato lo straccio; si parla di imitare i sindaci liberal delle altre grandi capitali europee; di migliorare i trasporti, i servizi… che poi è ciò che (non) hanno fatto sindaci di professione venuti prima di lui e che il Verdone della serie tv, o qualsiasi altro ipotetico primo cittadino/attore, sarà destinato a imitare limitandosi essenzialmente a nascondere la polvere sotto il tappeto, per dirla alla De Gregori quando criticava Veltroni.

Come la politica, il personaggio Verdone odierno, splendido ultrasettantenne, è scollato dalla realtà. Un Verdone suo malgrado elitario, dunque esclusivo, che va ai party di Venditti. Una figura fintamente genuina, appunto perché non esiste se non nello spazio di questa simulazione di romanità alla stregua di quei ristorantini finto romaneschi che pullulano in ogni angolo della città facendo mostra di insegne con nomi simpatici come gatti attaccati agli zebedei. Un contenitore-Verdone altolocato in cui abita un surrogato dei suoi ruoli più adulti e del filone più passivo dei personaggi fin qui interpretati, quelli che subiscono l’egoismo degli altri, che si sacrificano per il bene degli altri, che non sanno dire di no.

Una patinata verdonianità che sa più di risaputezza che di sano godimento, una risaputezza dove anche il citazionismo gioca un ruolo nel delineare l’attuale personaggio Verdone e il com’è percepito. Ogni scusa è infatti buona per un allungaje ‘e gambe, aristendijee gambe o per richiamare il celebre monologo del cargo battente bandiera liberiana. A voler proprio essere magnanimi, se si ridacchia ogni tanto è solo a bocca chiusa, e con lo stesso sorriso bonario che la sigla suggerisce. Vita da Carlo si accontenta di accontentare delineando un quadro stretto nei ranghi di un format fin troppo ovattato, che finisce per leggersi come una favola borghese sublimata nel ruolo fotoromanzato affidato ai figli, e che stride con le sparute puntate stradaiole come quella a casa del padre di Chicco nei meandri di un fatiscente complesso popolare di chissà quale suburbio, dove un ragazzo incrociato per caso lo prende in giro dandogli del “Pasolini”. Qui si ride sì, ma in ragione di un cortocircuito sullo stile narrativo sul quale si sarebbe dovuto insistere di più.

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