Recensioni

7.4

La carriera solista di Cesare Basile copre ormai tre decenni. È iniziata con La Pelle, del 1994, l’anno che vedeva il rock consumare un’apoteosi che non sembrava faticare troppo a elaborare/rimuovere il trauma del suicidio di Cobain. Da questo punto di vista, e visto da qui, il percorso del musicista catanese sembra proprio uno stillicidio lucido e tenace per liberarsi dal simulacro del rock e definire un dispositivo espressivo in grado di significare oltre il codificato, fuori dalla gabbia di vetro della norma, dell’enunciazione che disinnesca – divorandolo – l’enunciato. 

Il suo cantautorato rock ha quindi progressivamente introdotto nelle trame già ombrose e letterarie elementi musicali di provenienza popolare, pescandoli cioè da una tradizione sepolta, profonda, radicata nella sua terra d’origine ma che – per uno di quei processi sotterranei che sanno la vicinanza tra forme e culture apparentemente lontane – lasciavano emergere connessioni febbrili tra mediterraneo e balcani, tra blues minimale e trame desertiche, tra l’asciuttezza spietata dell’acustico e l’irradiarsi granuloso dell’elettricità. Lungo il cammino, la band attorno a lui si allargava e restringeva come un mantice.

Il passaggio graduale – e ormai definitivo – all’idioma siciliano è organico a questo processo di smarcamento e reinvenzione del linguaggio, finalizzato a renderlo di nuovo armato, esterno alla fortezza che si propone di attaccare. Oggi, col qui presente Saracena – album in studio numero dodici -, agisce praticamente in solitario. Nella sua concezione anarchica del fare musica ed essere musicista, non è mai stato tanto autarchico. Messi a referto gli interventi di Francesca Pizzo Scuto (voce), Tazio Iacobacci (synth modulare) e Puccio Castrogiovanni (mizwad, piva e percussioni), quello che sentiamo è Basile alle prese coi suoi spettri e strumenti, acustici ed elettronici, spesso auto-costruiti, che poi è un altro modo per svincolarsi dalla norma ricorrendo a timbri dalla purezza selvatica, non codificata.    

Ha un obiettivo, questo disco. Guarda alla tragedia del conflitto mediorientale che intende raccontare senza cadere nelle trappole retoriche della reportistica, del commentario giornalistico, del trinceramento ideologico. Si ispira a poeti del passato come l’arabo Abd al-Jabbar Ibn Hamdis (nato probabilmente a Siracusa nel 1056) e contemporanei come il palestinese Mahmoud Darwish (deceduto nel 2008) per parlare di esilio e separazione, ripercorrendo vene di sofferenza fino alla Nakba del 1948 (l’esodo forzato di 700.000 arabi palestinesi durante la prima guerra arabo-israeliana). Si smarca quindi dall’attualità ma solo per ribadire la profondità delle sue implicazioni, il radicamento delle responsabilità fino al cuore di ciò che costituisce il nostro sistema di valori, la nostra civiltà e il suo piedistallo di rimozioni funzionali a un poco giustificato complesso di superiorità.  

Ne escono canzoni che sembrano esalare dai rottami del presente, dal digrignare dei denti dei fantasmi del passato, dal ruminare a vuoto nella pancia del futuro. Canzoni che sembrano i Suicide mentre infestano gli incubi dei Tinariwen, androidi che sognano fantasmi atavici, presenze volatili e ventrali che affiorano come controcanti all’assedio insensato delle news, al delinearsi di un contemporaneo che non ha più attinenza col reale. Come Prisenti assenti, col suo dipanarsi seriale e al tempo stesso circolare da filastrocca cruda (“Occhi iorna scarpi/Lamenti trona e puisia/Scrusciunu e m’ammazzunu/Quantu crisciunu i morti”). O come U Iornu Do Signori, col suo crepitare cosmico su cui pennellano pseudo-zampogne lancinanti e un salmodiare intriso di furia e dolore (“Nta l’occhi de carusi carzarati/Chiddi cchiu beddi ‘mpisi a centru i chiazza/Lu iornu do Signuri è senza armati”).

Alle ballate crude e riarse come C’è na casa rutta a Notu – che ciondola come il malato terminale di se stessa – fanno eco strumentali al tempo stesso caldi e insidiosi, suggestivi e desolati come Kafr Qasim e Bacilicò, mentre Cappeddu a mari chiude la scaletta con una malinconia sterminata (“sulu non pozzu scurdari/l’occhiu ca ti vitti iri”) che però trasfigura in un fermento radioso, abitato di voci e presenze vive, quasi volesse tenere aperto un ultimo varco tra rassegnazione e riscatto. 

Disco che scava tunnel, sgrana piani espressivi, apre botole tra Storia e presente. Vi scuoterà, sempre che lo vogliate. 

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