Recensioni

7.5

Cesare Basile è un caso a parte. Almeno per quanto riguarda il sottoscritto. Credo che non mi sia capitato con nessun altro musicista quello che mi succede con lui: ad ogni nuova uscita discografica avverto la sensazione di una messa a fuoco, di un passo avanti verso la sua voce autentica, verso il vero Basile. È almeno da Storia di Caino (2008) che mi capita di pensare – e di scrivere: “ecco, ha sfornato il suo capolavoro”. E invece no. Ogni nuovo disco dice che la marcia continua, ostinata e sempre più autarchica, fino a quel Cummeddia che nel 2019 ancora una volta mi ha steso per sonorità, melodie, suggestioni, inquietudine, linguaggio.

Basile è una figura importante per il rock italiano anche per come suggerisce, in filigrana, la debolezza di fondo del nostro rock, troppo spesso privo di radici e connessioni col qui e ora, incapace perciò di rappresentare un “problema” per ogni suggestione, una ferita per ogni spasmo liberatorio. Basile stesso inizia il suo percorso in maniera abbastanza derivativa nella Catania degli 80s, dove fonda quei Candida Lilith autori di un post-punk accanito ma tutto sommato in scia con ciò che all’epoca girava intorno tentando disperatamente di emergere. Quindi – registrata la bussola tra Berlino e i miraggi del Paisley Underground – si consumò la svolta verso lande più cupe e urticanti con i Quartered Shadows, prima di avviare il cammino solista con La Pelle (1995), un lavoro già intriso di bellezza abbacinante, ma destinata – come detto – a maturare album dolpo album.

Una vicenda musicale e umana che Raffaele M. Petrino – già noto blogger col moniker Jeremiah Dixon – percorre con piglio da narratore navigato (non si direbbe affatto al libro d’esordio), modulando il fuoco tra aspetto biografico e taglio critico, ricetta che insaporisce con stralci di conversazioni private col musicista e frammenti da I ragazzi del cielo (sorta di memoir inedito di Basile), il tutto mantecato da una tensione palpabile tra rispetto della dimensione umana e desiderio di penetrare i motivi di quell’accanita e per molti versi enigmatica irrequietezza.

Basile esce da questo ritratto come un individuo/artista complesso, a tratti volitivo, non esente da contraddizioni, un giovane con simpatie di destra che ha finito per abbracciare un anarchismo generoso e viscerale, un “prisoner of rock’n’roll” sempre disposto a buttarsi in nuove imprese (lo Zen Arcade, le The Clinica session, il tour coi Willard Grant Conspiracy…) così come a rifiutare il Premio Tenco per i noti contrasti con Gino Paoli, un solista “ostinato e contrario” però bisognoso di accolita, determinato a tracciare la propria rotta sempre più svincolata dalle aspettative del pubblico e dalle meccaniche del business (da anni ormai ha chiuso ogni rapporto con la SIAE).

Emblematico è il progressivo imporsi del siciliano nei testi, che da U fujutu su nesci chi fa? del 2017 ha del tutto estromesso l’italiano. A tal proposito, chiosa bene lo stesso Basile: «Abbandonare un linguaggio d’abitudine porta necessariamente all’apertura di un livello di comunicazione solo apparentemente più complesso. Nei fatti, la visceralità di un suono supera il concetto di significato del testo e reimposta il meccanismo di intesa con chi ascolta su un codice più immediato che ha a che fare con la memoria delle viscere”. Una scelta artistica forte, di sicuro impegnativa ma alla resa dei conti vincente. Non certo a caso fu “premiata” dall’invito a salire sul palco del Primavera Sound Festival 2018 assieme ai suoi Caminanti, in quel primo giugno che vide esibirsi Shellac, The National, Father John Misty e Mogwai tra gli altri.

Tutto questo per chi segue Cesare Basile da tempo non rappresenta certo una novità. Non la sua importanza, non il valore e la bellezza dei suoi dischi, non il suo magnetismo testimoniato dalle costanti collaborazioni con nomi quali Hugo Race, Robert Fisher, Manuel Agnelli, Rodrigo D’Erasmo, Enrico Gabrielli… C’era bisogno però di un lavoro che ne riepilogasse il percorso abbozzando una mappa, un primo bilancio. Petrino ci è riuscito con un volume agile e intenso, lucido e per nulla agiografico. Chapeau.

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