Recensioni
Cesare Basile
Tu Prenditi l'amore che vuoi e non chiederlo più
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Stefano Solventi
- 15 Marzo 2015

A due anni pressoché esatti dal precedente lavoro omonimo, Cesare Basile torna per affondare di un’altra tacca la lama nella giuntura tra rock e cantautorato, lasciando che tutti i mostriciattoli blues e quelli della tradizione folk mediterranea s’inzaccherino d’irrequietezza elettrica, disamina politico/sociale e malinconia a cuore nero. Il suo è il punto di vista di chi vive ad altezza d’uomo maturando una sana, febbrile insofferenza nei confronti del consenso organizzato, a cui oppone la visceralità affrancatrice di queste ballate liriche e sferzanti.
Non stupisce certo che uno dei modelli di riferimento sia l’ultimo De André: vedi come La vostra misera cambiale – cantata da Rita Oberti dei Lilith & the Sinnersaints – ricordi una Princesa più eterea, oppure come Tu prenditi l’amore che vuoi sbrigli strofe laconiche à la La domenica delle salme per poi concedersi un ritornello languido da Black Heart Procession chansonniers. Dovendo indicare la principale qualità di questi pezzi, mi concentrerei sulla ricchezza facinorosa delle congetture sonore – confermati in squadra strumentisti come Rodrigo D’Erasmo, Enrico Gabrielli, a cui si sono aggiunti calibri come Manuel Agnelli e Simona Norato tra gli altri – chiamate a riversare furia, malinconia, indignazione, malanimo, insidie, guittezza e blasfemia sui profili inquieti, angolosi ed evocativi delle melodie: si vedano Filastrocca di Jacob detto il ladro (acidità mediterranea, vampe psych, intarsi etno ed estro jazzy di fiati), Franchina (estro da brass band e spasmi da Tom Waits con la ricotta, i canditi e la glassa) e Libertà mi fa schifo se alleva miseria (invettiva blues/jazz col sax in primo piano su crogiolo di chitarre, fiati, cori e percussioni).
Se la fibra atavica del dialetto catanese sembra reclamare arrangiamenti terrigni e infervorati, come la luciferina Manianti o il gotico tagliente di Araziu Stranu, non sono affatto escluse suggestioni cinematiche come in U chiamunu travagghiu – il piano assorto, il bordone degli archi – e soprattutto nella conclusiva Di quali notti, che tra sincopi sonacchiose e interventi rapsodici di flauto prepara il terreno ad un miraggio di synth e cori che ti spediscono dalle parti di un’allucinazione repentina Mercury Rev.
Con il nono album da solista, fieramente libero dalla tutela S.I.A.E., Basile continua ad ispessire e raffinare la calligrafia, indicando una via potente al rock italiano disposto a dialogare in profondità con le tradizioni, sbattendole vive e focose in faccia a chi – bene o male – sta attraversando il presente.
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