Recensioni

7.3

Il settimo lavoro della cantautrice gallese Cate Le Bon è assolutamente all’altezza delle aspettative riposte in quella che possiamo definire, senza timore di cedere alla troppa enfasi, una delle artiste più influenti dell’art-pop contemporaneo. Degna continuazione del sofisticatissimo Pompeii, Michelangelo Dying nasce da una rottura sentimentale e da un dolore travolgente, riuscendo a coniugare un’identità artistica votata alla maestosità, all’opulenza dei dettagli timbrici e alla stratificazione dei suoni e dei generi, con un ripiegamento qui più intimista, delicato e raccolto. Pensiamo al brano d’apertura, Jerome – una commovente ballad satura di chorus e riverberi, o Is It Worth It (Happy Birthday)? – un brano dream-pop praticamente perfetto, con echi shoegaze. E ancora: Heaven Is No Feeling è un’altra giravolta stilistica, meravigliosamente nostalgica, un ibrido tra un malinconico dancefloor a fine serata, Tame Impala e Kate Bush.

E pensare che, originariamente, Cate Le Bon avrebbe voluto registrare un disco industrial, come ha raccontato lei stessa. Poi, in qualche modo, la vita l’ha travolta e costretta a guardarsi dentro, affrontando la sofferenza di una rottura molto vicina a un lutto, ma anche la tenerezza di una lotta interiore e il lento ricongiungimento con quella parte nascosta e soffocata. Una specie di rappacificazione con il dolore, per trasformarlo in qualcos’altro. Uno dei versi più commoventi, contenuto nella già citata Is It Worth It (Happy Birthday)? è di una malinconia disarmante: “Ho pensato a tua madre / Spero sappia che le voglio bene” . Una sintesi efficace della costellazione di rimpianti che stanno dentro a una perdita amorosa.

Michelangelo Dying si compone di dieci canzoni di sussurrante bellezza, grondanti nostalgia e rimpianto, cesellati  con stile chirurgico, attraverso l’ausilio dei consueti arrangiamenti “eruditi” eppure mai aridamente manieristi, pieni zeppi di rimandi tra i più vari, in bilico tra David Bowie, Laurie Anderson e Nico (non a caso, qui troviamo un certo John Cale a prestare la sua voce in Ride). La produzione è affidata a Samur Khouja in tandem con la stessa Le Bon (che, ricordiamolo, è anche una richiestissima produttrice, che ha collaborato con nomi di spicco tra cui St. Vincent, Wilco, Horsegirl e Devendra Banhart).

Un disco che, pur rinunciando alla sontuosità del suo predecessore, si dispiega come un mosaico di sfumature delicate e imprevedibili, dove ogni dettaglio racconta una complessità nascosta. Michelangelo Dying conferma, ancora una volta, l’indiscutibile statura di un’artista in perenne dialogo con sé stessa.

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