Recensioni

«Crab Day è una vecchia vacanza, Crab Day è una nuova vacanza, Crab Day non è per nulla una vacanza». Non c’è miglior modo per introdurre il nuovo disco di Cate Le Bon delle sue stesse parole, parole che riportano alla mente residui del surrealismo e del dadaismo alla Tzara e, di conseguenza, gruppi che devono molto a queste avanguardie novecentesche, The Fall, Talking Heads e Velvet Underground su tutti.
Crab Day è un disco pregno di arte, un disco anacronistico che sarebbe potuto uscire in pieno periodo post-punk a fine anni Settanta e primi Ottanta, oppure nella New York sperimentale in cui la Factory di Warhol e il CBGB facevano da catalizzatori per un nuovo sound e nuove forme di comunicazione. Sembra proprio di ascoltare una variazione su tema Psycho Killer quando il disco della Le Bon parte con la title-track, dove chitarre dissonanti, ritmi di marcia e un basso massiccio lottano con un ritornello dream-pop. Love Is Not Love è una ballata dalla trama psichedelica e dalle soluzioni melodiche impeccabili, Wonderful invece è una piccola chicca per gli amanti del post-punk che riporta alla mente l’altra Factory, quella di Manchester, e in particolare dei Durutti Column più romantici o la malinconia dei The Distractions. Si ritorna sui Talking Heads nella dadaista I’m A Dirty Attic, e poi ancora psichedelia in I Was Born In The Wrong Way, post-punk in We Might Revolve, fino a una beatlesiana What’s Not Mine che lungo i suoi sette minuti scende e sale d’intensità per un’ottima chiusura di disco.
I rimandi stilistici sono molteplici: l’abilità migliore di Le Bon è proprio far confluire art-rock, post-punk e una certa psichedelia Seventies in un unico mood, dando vita a un album di qualità. D’altronde, come diceva Tzara, «abbiamo bisogno di opere forti, dirette e incomprese, una volta per tutte. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa».
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