Recensioni

7.2

Quando si parla di Cate Le Bon, non contano tanto i particolari o i dettagli – il verso di una canzone, il riff di una chitarra e via dicendo – ma la visione d’insieme che caratterizza la sua musica. Esiste, insomma, un concept poetico riconducibile alla musicista gallese che va ben oltre le diverse scelte estetiche specifiche che ritroviamo nei suoi dischi, per coinvolgere invece una filosofia musicale riconoscibile e personalissima. Una matematica dell’assurdo – se ci passate il paradosso – applicata ai suoni, che spesso trova una sua forma in imprevisti programmati nel percorso di una linea melodica, in una struttura dei brani atipica, nel cantato o negli arrangiamenti. Dal Reward nominato ai Mercury Prize in poi questo meccanismo ha generato un pop sui generis abbastanza intelligibile da conquistare una buona platea di ascoltatori, eppure storto e cerebrale a sufficienza per rimanere una materia imprendibile figlia di un approccio evidentemente dadaista (del resto, non è un caso se questo è l’aggettivo che ricorre più di frequente anche nelle recensioni internazionali dei dischi di Le Bon).

Pompeii non fa eccezione in questo senso: a prima vista potrebbe sembrare una raccolta art-pop con fortissime ascendenze anni 80, ma scavando sotto la superficie ci si accorge che si tratta di qualcosa che bypassa un semplice immaginario formale condiviso. Dentro trovi l’isolamento sperimentato a causa della pandemia, tanto che il disco è stato composto principalmente al basso da Le Bon in un momento di «sottovuoto ininterrotto» che ha visto la musicista, in fase di registrazione, suonare quasi tutti gli strumenti e portare a termine il lavoro grazie all’aiuto del co-produttore del disco Samur Khouja, ma c’è anche molto altro: si parla, ad esempio, di elementi musicali presi in prestito dal city pop giapponese (ascoltate Moderation, ma il paragone coinvolge anche i timbri riconoscibili di un’icona degli Eighties come il sintetizzatore Yamaha DX7), di una «sensibilità religiosa ripresa da un quadro di Tim Presley» e sublimata, più che nei testi, nella copertina del disco e nelle atmosfere eteree dei brani – far sì che la musica «suoni come un quadro»: questo era lo scopo di Pompeii secondo il profilo Bandcamp di Le Bon – ma anche di un’astrazione maggiore nella scrittura rispetto al passato. 

Insomma, siamo davanti al “solito” disco stralunato e quasi perfetto di Cate Le Bon, fatto con la consueta classe e intelligenza, promosso da video in cui diventa assai rilevante il progetto artistico ed estetico (recuperate quelli di Remembering Me, Moderation e Running Away, e capirete di cosa stiamo parlando), ennesimo manifesto di una imprevedibilità creativa a cui per fortuna non ci siamo ancora abituati. Manca forse un pizzico di empatia in più – quella che riuscivamo a cogliere negli album più talkingheadsiani della Nostra, su tutti Crab Day – in una musica che se è vero che mostra colori generalmente abbastanza freddi, riconferma comunque quanto di buono abbiamo ascoltato da Cate Le Bon in passato e che ci aspettiamo da lei in futuro.

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