Recensioni

7.2

Siamo nati con una testa in avanti e due occhi indietro, verso il futuro e verso il passato, abbiamo sempre fatto più fatica col presente”. Le parole di Enrico Gabrielli, estrapolate dal making of di Exploration, sintetizzano perfettamente l’essenza dei Calibro 35.

Sin dal disco omonimo del 2008, la formazione guarda all’eredità della musica da film nostrana per farne una personalissima rilettura. Se all’inizio si limitavano a saccheggiare repertori cult, nel corso della loro lunga carriera hanno avuto modo di esplorare anche immaginari originali, come la deriva cosmica di S.P.A.C.E del 2015 o quella tecno-distopica di Momentum, uscito poche settimane prima della pandemia.

Con la nona fatica in studio la formazione composta da Fabio Rondanini, Massimo Martellotta, Enrico Gabrielli e Tommaso Colliva riavvolge il nastro, tornando idealmente da dove tutto è iniziato. Undici tracce strumentali, di cui solamente tre inedite (Reptile Strut, Pied De Poule e The Twang): le restanti otto, invece, tornano ad appartenere a quel canone che ne ha forgiato il DNA artistico sin dagli esordi. Un’operazione simile era stata svolta per il doppio album Scacco al Maestro dedicato ad Ennio Morricone, anche se il successivo Nouvelles Aventures del 2023 aveva riallineato il quartetto sulla composizione di materiale inedito.

Lo spartiacque è stato il precedente Jazzploitation, un EP di quattro tracce in cui la formazione ha scelto di fare i conti, per la prima volta, con le loro influenze jazz, da sempre aleggianti intorno ai loro brani ma mai realmente indagate in profondità. Exploration, dunque, si pone come un’ideale espansione di questo concetto, tanto che Lunedì Cinema (con un ottimo Marco Castello) e Nautilus sono presenti in entrambe le tracklist.

Vale la pena sviscerare uno per uno i vari brani scelti da reinterpretare, dato che tutti in qualche modo hanno plasmato l’identità sonora della band più cinefila di tutte. C’è un omaggio a Herbie Hancock, con una reinterpretazione acida della celebre Chameleon, che col suo riff di basso synth ha ispirato generazioni di musicisti. Oltre al sopracitato episodio dedicato a Lucio Dalla, c’è spazio anche per il maestro Piero Umiliani, riscoperto qualche mese fa anche dal recente Joanita di Joan Thiele.

Del grande compositore toscano vengono ripresi Gassman Blues e Discomania, rispettivamente la prima soundtrack jazz del cinema italiano firmata per Mario Monicelli e storica sigla di coda del programma 90° Minuto. Anche un altro programma Rai, Mixer condotto da Gianni Minoli, è rievocato dall’interpretazione di Jazz Carnival degli Azymuth. Non mancano all’appello neppure il celebre tema di Mission Impossible e Coffy is the Color, estratto da un classico del filone blaxploitation.

Il materiale non viene mai interpretato pedissequamente: l’improvvisazione gioca un ruolo centrale come mai prima d’ora nella loro discografia e il tutto è stato suonato senza metronomo e limitando l’utilizzo di sovraincisioni. Sembra di stare seduti nell’iconico studio Sound Work Shop di Umiliani mentre il quartetto, affiancato da Roberto Dragonetti al basso, maneggia quella materia sonora verso la quale deve moltissimo.

Anche i brani inediti (spicca una chitarra tarantiniana in The Twang) risentono di questa impostazione, giustapponendosi perfettamente assieme alle cover dal sapore analogico. Alcuni, forse, nel complesso avrebbero preferito qualche pezzo originale in più, in tal caso ci sarà da aspettare un prossimo concept album.

In definitiva, con Exploration i confini tra passato, presente e futuro, così come quelli tra tv, cinema e musica, si fanno sempre più nebulosi, innescando veri e propri cortocircuiti. Mostrando, in questo vero e proprio viaggio da archeologi musicali (e dei media) come il jazz possa suonare sempre tremendamente attuale.

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