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6.8

Confrontarsi direttamente con l’opera di un mostro sacro come Ennio Morricone potrebbe esser un azzardo che nasconde un rischio doppio: da un lato un tale patrimonio artistico offre il vantaggio di utilizzarne l’estrema riconoscibilità – un po’ come interpretare la Pietà di Michelangelo – ma che potrebbe essere scambiata per opportunismo – dall’altro se ne potrebbe tranquillamente uscire con le ossa rotte. Se quest’ultima ipotesi viene scongiurata grazie alla preparazione dei musicisti coinvolti, i Calibro 35, forti di una passione sana per il Maestro, sanno come evitare anche la prima. Non sempre, tuttavia, riescono a tenere testa a qualcosa che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo internazionale, sia musicale che filmico.

Evidente come il lavoro si basi sullo studio attento delle colonne sonore di Morricone e tratti il materiale con estremo rispetto, lavorando intelligentemente sui dettagli più che sulla costruzione, e ancora di più sui timbri, ma bisogna ammettere che spesso si risolve in semplice etimologia. Del resto gli arrangiamenti originali restano inarrivabili per la capacità di sapersi proiettare nel futuro e in molti casi – anche visti i titoli in ballo – non si poteva certo chiedere di più.

Arena, dalla colonna sonora del Mercenario di Corbucci, funziona partendo da un incipit droneggiante e insistendo sul tiro tex-mex della traccia, eppure l’ospite Matt Bellamy dei Muse fa il suo, rimanendo ben distante dal guizzo di Alessandro Alessandroni. Meglio il secondo feat. dell’album, ovvero quello di Diodato che interpreta con slancio più sentito C’era una volta il West, traccia che resta pur sempre nei ranghi del convenzionale. Interessante la padronanza del tema di Cosa avete fatto a Solange?, un lounge appena più lisergico dove i vocalizzi di Edda Dell’Orso vengono ben ripercorsi dai synth di Massimo Martellotta, ma non sono affatto male anche i barlumi psichedelici e le bollicine modern jazz che trapelano da La Classe operaia va in paradiso, come anche la scelta di esasperarne l’inquietudine.

Un discorso a parte va fatto per il tema di Una stanza vuota (da Svegliati e Uccidi di Lizzani), in cui l’interpretazione si fa più audace segnando una strategia fruttuosa, ma che allo stesso tempo disperde il meraviglioso tiro pop colto anni ’60 dell’originale – la mancanza del testo e della voce di Lisa Gastoni si fanno sentire. I pezzi forti arrivano con la rilettura del main theme di Svegliati e uccidi, in cui il quintetto scivola sicuro sul jazz noir dell’originale come in un habitat naturale, e ancora di più con quella di Trafelato (dalla colonna sonora Giornata Nera per l’Ariete di Luigi Bazzoni), dove i Calibro 35 esprimono la loro ragion d’essere lavorando in perfetto equilibrio tra poliziottesco e thrilling.

Anche in Un Tranquillo Posto Di Campagna, dall’omonimo capolavoro del 1968 di Elio Petri, i Nostri mostrano di sapersi destreggiare in una traccia complicata che univa musica colta e sound popolare, e originariamente eseguita dal Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza. Un’altra delle intuizioni geniali del Maestro che la band rende bene esaltando – come dicono i Nostri – quella componente «deviata di certa musica popolare da ballo». Tornando ai restanti titoli il cui spartito incute timore, Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo rimane nel canonico e anche per L’uomo con l’armonica (da C’era una volta il West) non si va oltre il già fatto a suo tempo.

In questa partita a scacchi, insomma, Calibro 35 riescono a mangiare qualche pezzo ma nel complesso sono lontani dal vincere la partita, giocata senza infilate o con deviazioni perlopiù in difesa, e senza contrattacco. Niente scacco al Maestro.

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