Recensioni

Quando si dice la lungimiranza, oppure l’intuizione, o ancora il presagio. Il nuovo disco di Cabeki, nella vita reale Andrea Faccioli, nome noto su queste pagine per la ormai corposa discografia a nome Cabeki ma anche per le numerose e fruttuose collaborazioni (Andrea Belfi, Julie’s Haircut, Le Luci Della Centrale Elettrica, Baustelle), è il lavoro più sperimentale, nelle premesse, nel concepimento, nella realizzazione, mai pubblicato da Faccioli, ma è anche uno squarcio, lucido senza essere distaccato, poetico senza divenire stucchevole, visionario senza risultare irreale, sulla contemporaneità tutta.
E se la realizzazione ha visto Cabeki alle prese con una dimensione realisticamente a “una dimensione”, avendo il chitarrista veneto scritto, arrangiato, composto, prodotto, registrato e mixato l’album e, non pago, averlo fatto praticamente tutto in presa diretta senza nessuna sovraincisione o intervento ex post – una chitarra acustica «splittata in quattro canali (suono acustico; amplificatore con tremolo; delay digitale granulare / octaver; echo a nastro Wem Copicat)» più un «synth Animoog gestito con i piedi tramite una tastiera/controller a pedali con cui vengono suonate le melodie e una magica drum machine a pedale Sound Master del 1982» – la poetica che pervade Da qui i grattacieli erano meravigliosi è di una chiarezza disarmante: una riflessione «sul falso progresso, sul senso di onnipotenza che caratterizza il genere umano» sintetizzato nel totem che intitola l’album, ovvero il grattacielo che «come le torri nelle città medievali», con cui condivide il triste finale dato che probabilmente degli stessi non «rimarrà che qualche scheletro di acciaio», ha rappresentato nel XX secolo il «simbolo di potenza e grandezza».
Facile quindi oggi, immersi in questa reale irrealtà, riflettere sulla caducità del tempo dell’esistente, sulla minuta presenza dell’uomo nella natura, sulla sua alterigia o presunzione, ma farlo senza parole, com’è nel caso di Cabeki, lascia molto spazio all’interpretazione altrui, allo scambio tra musicista e ascoltatore, alla condivisione e partecipazione delle due sponde presenti in ogni lavoro artistico. Quindi Da qui i grattacieli erano meravigliosi è un disco da guardare/ascoltare da molto vicino e anche da molto lontano, esattamente come i grattacieli che fungono da idolo polemico e architrave del disco, per entrare appieno sia nel processo minuzioso di composizione e di stratificazione di “immaginari”, sia per la riflessione sul valore della idea “concept” che lo racchiude. E per far questo, per permettere di allungare lo sguardo dentro questo disco, Cabeki ha inanellato una serie “poetica” di canzoni (leggete tutti i titoli del disco uno dopo l’altro, per conferme) tanto varia quanto sfaccettata: folk-blues dichiaratamente faheyiano (Steli di cristallo), distese languide e intarsi di arpeggi eterei (Da qui), addirittura una idea di kraut-pop intimista ed etereo (Fra cielo e terra) e una chiosa magistralmente lasciata sospesa (Una fragile memoria) a suggerirci come fare per non diventare dei simulacri del presente proprio come i grattacieli.
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