Recensioni

Il passo numero due per Cabeki a.k.a. Andrea Faccioli accentua ancora di più se possibile la sua natura colta e ibrida tra avanguardia, canzone d’autore priva di parole e gusto per le composizioni in bilico tra orizzonti cameristici e lande da imaginary soundtrack.
Una Macchina Celibe prende spunto dall’armamentario linguistico del padre della patafisica Alfred Jarry per donare un surplus di visionario spaesamento a composizioni piccole solo per il minutaggio, in cui l’afflato umorale, malinconico a tratti, giocoso in altri, spesso dotato di una sensiblerie tutta particolare dell’autore, si va costruendo e sedimentando man mano, a piccole dosi sonore. Capita così di chiudere gli occhi, lasciarsi andare al flusso “cinematico” di Cabeki e ondeggiare tra evanescenti influssi del miglior Nino Rota (Il Necessario Ritorno) e yanntierseneschi contrappunti classicheggianti (Verso Il Ronzio Remoto), tintinnii folk arcaici in punta di corda come un Fahey in fissa con strumenti giocattolo (Fra Elettrodi Di Seta Blu) o sogni western deturpati e sconfitti alla Dead Man jarmushiano suonato con la sagace giustezza di Morricone (L’Ultimo Degli Uomini) e addirittura semi-orchestrazioni da GY!BE mesti condensati in un solo uomo come in La Diapositiva Si Ricorda.
Folk, psichedelia dell’animo, classica, musica da film, molto altro ancora si rintraccerà in Una Macchina Celibe, album eterogeneo e toccante in cui a tessere veramente le fila, e forse a chiudere il cerchio col visionario citato in apertura, è la capacità di Faccioli di togliere senza per questo rinunciare. Tessiture minime ma dall’alto tasso evocativo.
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