Recensioni

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Appartiene a un mondo tutto suo, la musica di Andrea Faccioli in arte Cabeki. Evviva Capitan Ovvio, penseranno i più accorti, ma la questione è molto più sottile, visto che tratteggiare una poetica propria, esaltarne certi assi portanti, risultare coerenti con quella poetica pur variando, muovendosi, girovagando psichicamente sono cose molto più difficili da attuare che da teorizzare. E Cabeki, al terzo passo dopo gli ottimi Il Montaggio Delle Attrazioni e Una Macchina Celibe, non dà segni di cedimento in questo senso, appoggiandosi alla sua ormai standardizzata cifra stilistica: quel taglio sghembo e sognante, onirico a occhi aperti, che sa di cinematica pur essendo pop raffinato e viceversa, che non si perde mai in svolazzi inutili, che rifugge la parola e il cantato (lode alle musiche strumentali ora e sempre), che si muove notturno e claudicante come la sfumatura di un sogno.

E così facendo si riallinea ai precedenti lavori, rafforzando quella poetica di cui parlavamo sopra ma anche aggiungendovi nuovi strati e nuovi input, anche sotto forma di collaborazioni esterne: quasi come se il violoncello di Daniela Savoldi e di Julia Kent (quest’ultima solo su Falia), i violini di Stefano Roveda, la viola di Maddalena Fasoli (in Disgelo), la tromba e flicorno di Simone Copellini (in Prima Luce), il vibrafono di Sebastiano De Gennaro (su Ultima Luce) o il pestare ritmico di Nelide Baldello (in Passaggi) non fossero soltanto valore aggiunto, quanto, al tempo stesso, elementi naturali cresciuti spontaneamente nella tavolozza di colori presente nella testa dell’autore.

Così viene quasi naturale parlare più di bozzetti che di canzoni, senza per questo mancare di rispetto alla completezza e alla finitezza (maniacale, quasi) di ognuna di esse; quanto per esaltarne la potenza visiva, pittorica più ancora che cinematografica (e latamente surrealista, verrebbe da dire vedendo la copertina dei francesi Icinori) con cui Cabeki riesce ogni volta a tratteggiare piccoli haiku che prendono dal blues come dall’impianto cameristico di certo indie alla Rachel’s, dal folk meno regolare come dall’elettronica più dronante, dall’oriente come dal post-rock inteso come alternanza di vuoti e pieni, silenzi e assenze, umori e sostanze. Che poi questo sia il viatico per il fine ultimo di Cabeki – portare cioè l’ascoltatore «in un luogo dell’anima», «spazio sospeso, irreale e inquieto», che altro non è che la creatività, l’arte dell’autore – non è che una ulteriore stratificazione di significati che rende questo album un piccolo, prezioso gioiello da scartare, indagare, approfondire.

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