Recensioni

Chiuso il primo, devastante trittico formato da A Resting Place for Strangers (2016), The Easy Way Out (2018) e Killers Like Us (2022), i Buñuel tornano a far sanguinare le orecchie col loro noise-rock abrasivo e, complice lo iato degli Oxbow, casa madre di Eugene S. Robinson, la formazione per tre quarti italiana “rischia” di allargare ancor più la considerazione di cui gode anche e soprattutto all’estero.
Le virgolette sono d’obbligo dato che i “nostri” (Iriondo, Valente e Lombardini, con quest’ultimo parrebbe sostituito da Carlo Veneziano, già ODM, dopo la registrazione del disco) hanno un pedigree di tutto rispetto in ambiti genericamente noise-rock e lo dimostrano sostenendo un Robinson in grande spolvero con un interplay strumentale tanto vario quanto poderoso. L’attacco swampy di Who Missed Me sembra riprendere le atmosfere paludose di Killer Like Us ma è una impressione che si dissolve sotto i colpi di un attacco di una violenza spropositata che sembra quasi una insana unione tra gli Helmet e il metal tecnologico alla Fear Factory più molto altro ancora in una sorta di opening noise-rock cubista.
Violenza, dunque; e impatto senza fronzoli, poi. Infine, la somma di questi due approcci che dà come risultante la libertà di suonare cosa e come si vuole, a briglia sciolta e con tante variazioni sul canone pur se sempre dentro un perimetro sonoro abbastanza riconoscibile. E lasciando a quel cavallo (pazzo) di razza di Robinson di dare fondo alle proprie urticanti prove vocali e liriche, tra follia e lucida analisi dell’uomo e della società violenta e depravata in cui ci si ritrova a vivere. Il r’n’r marcio che fa da spina dorsale alle perversioni soniche di High. Speed. Chase, il gorgo psych(otic)-noise di Pimp, il tagliente intarsio chitarristico che regge la discesa negli incubi della innata violenza americana di American Steel (e che è un sogno per molti, vedendo l’ospite Duane Denison raddoppiare le chitarre di Xabier Iriondo).
Non sono che esempi scelti a caso in un oceano di hard-punk-blues-noise rock ai suoi massimi livelli su cui, a mo’ di ciliegina su una torta di brutture sonore, troviamo lo psicodramma robinsoniano di A Room In Berlin, una “love song wherein no love exists” che è una discesa negli incubi del frontman e nell’immaginario della band, pronta a trasfigurare il proprio suono in una sorta di mefitica soundtrack per lo storytelling del sodale americano. Tutto molto Robinson, tutto molto Buñuel, tutto molto bello.
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