Recensioni

7.2

Alla fine della press, alla voce “recommended if you like […]” – stupendamente resa nello specifico con “fellow travellers” – si ritrovano quattro nomi: Jesus Lizard, Oxbow, Shellac e Swans. Che è come dire il perimetro, anzi, il quadrilatero entro cui collocare praticamente tutto ciò che è avvicinabile a un certo tipo di noise-rock chitarristico (in realtà con gli Unsane a sostituire gli Swans si rasenterebbe la perfezione, ma funziona lo stesso) e che nello specifico è esattamente ciò che si ritrova in questo album. Non che a gente come Eugene Robinson (essì, gli Oxbow) o Xabier Iriondo con Francesco Valente (Teatro Degli Orrori, Snare Drum Exorcism) alla batteria e Andrea Lombardini al basso a completare la formazione, serva quel quadrilatero per muoversi o per definirsi, anzi tutt’altro, visto che i confini non è che li abbiano mai sopportati o rispettati più di tanto. Eppure, dentro quei nomi si ritrova tutto ciò che questo terzo passo della trilogia iniziata con A Resting Place for Strangers e proseguita con The Easy Way Out, ci sbatte in faccia come fossimo nel mezzo dei 90s più rumorosi e meno à la page.

Il blues innanzitutto, ma quello smostrato, livido, soffocato e soffocante che era l’humus del trasversale sottobosco indipendente dei 90s tra la Chicago di Touch’n’Go e la Minneapolis di AmRep, giusto per citare un paio di rilevanti esperienze, è la sottocutanea linfa anche di questo disco. Il rumore poi, quello delle spie al rosso, quello che rievoca continuamente la New York del Lower East Side dei tempi che furono o le discografie delle etichette citate e/o simili e che si manifesta in tutto il suo lancinante dolore sonoro in pezzi come Roll Call, A Prison Of Measured Time o When God Used A Rope. Tre sassate in faccia che non sono pedissequa ammirazione o sterile revival, quanto una condivisione sentita di un suono e di un immaginario che i quattro sanno anche modulare e modificare: si prenda il gorgo industrial-noise dell’opener Hornets, l’evocazione pattoniana di Crack Shot, la perizia psichiatrica in divenire di When We Talk per rendersi conto delle sfaccettature che album e sonorità così monolitiche possono avere. Al tutto, infine, si sommi il valore aggiunto offerto da Robinson, dalla sua voce tormentata, dalle sue paturnie, dal suo ego devastato, dal suo disagio, dal suo porre la propria sofferenza e il proprio inferno reale all’interno di una narrazione ininterrotta che procede, quale che sia la sigla dietro cui si cela, da un trentennio.

La summa è un album visceralmente e fieramente fuori dal tempo, senza compromessi, devastato e devastante, e che si spera faccia all’orecchio dell’ascoltatore ciò che la mano del regista da cui i Buñuel prendono il nome fece all’occhio dello spettatore.

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