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Per Christian Bugatti ci siamo scorticati i polpastrelli parlando del precedente doppio album, tanto che oggi ci sembra assurdo dover piroettare con le parole. Un riassunto delle puntate precedenti però ci sta ed è un premessa necessaria per questa nuova prova. Due anni fa affermavamo, non senza i pro e i contro del caso, che il ragazzone più scalcagnato e mezz’odiato d’Italia, il folkster stramboide, l’insensato cantastorie, l’ineffabile cialtrone, era diventato un cantautore che aveva un perché tutto suo. All’epoca Bugo si era presentato in parte elettrico e wave e in parte intimista.

Ora lo Sguardo contemporaneo, come recita il titolo del lavoro, sembra quello di una sintesi, la ricerca di una leggerezza lirica appoggiata a un rock ’70 essenziale e pulito, un giusto mezzo per unire i due lembi di un foglio e farne un cappello a barchetta. Un urletto lì, un falsetto là, una generosa manciata di strofe con il cuore in mano, un paio di boogie à la Stooges addomesticati.

Il Bugo ce la fa, anche stavolta. Nella pacatezza folk sblusata di Oggi è morto Spock racconta di Star Trek e di quella fantascienza necessaria che non c’è più, fa dello humour funk – con tanto di sax a girare attorno – con i burini fanatici del gel per capelli e fissa un numero dei suoi in Ggeell. Tra i suoi poster, accanto ai Gaetano e i Vasco ormai assimilati, appende quello del Dalla prima maniera, forse quello di certo Paoli esistenzialista vecchio-giovane (l’introspezione rilasciata della ninna nanna Quando ti sei addormentata).

Sfumature, tinte di sfondi per un canzoniere solido che già è classico per alcuni episodi, come quotidiano per altri: Che lavoro fai sembra mettere il dito proprio in quella instabilità lavorativa della sua generazione come di quest’ultima, e tutti in cerchio, a stringere lui/noi commentando con un “Ma che razza di lavoro fai? / Hai un contratto? / O non l’hai avuto mai?”, mentre Millennia fa della tabula rasa ferrettiana una salsa agrodolce per cracker mollicci, in un uptempo dalle chitarre corpose, uno sguardo contemporaneo che annienta le distanze e il tempo, ma non vede e non si fa vedere, è oltre, è cieco. E poi ci sono le pause di La caffettiera (un folk indolenzito quasi post), di Una forza superiore (cantautorato sixties tutto italiano), e l’intro wave condito da un nitrito di cavalli nel rock di Roma, con i synth a farfugliare tra le scariche della chitarra elettrica, e la demenzialità punk simil Skiantos di Coda d’Italia a chiudere con la migliore leggerezza del Nostro. Un sound assolutamente popular dunque, un pop-rock – molto più rock che pop – per la generazione di oggi, che mostra la canzone accarezzando i capelli delle elettriche, che lava la testa pesante e accelerata della connessione a rete con souplesse melodica e nonsense necessario.

Istrionico e sbilenco commentatore del presente, Bugo scrive uno stralcio della nostra realtà, con tutte le sue contraddizioni, sul quel cappello a barchetta di carta. Poi lo lascia a mollo lì, nella sua vasca da bagno.

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