Recensioni

7.1

Avevamo definito Arrivano i nostri, l’EP che ha anticipato questo nuovo full length di Bugatti, come un’«inedito equilibrio tra scrittura e arrangiamento, sorretto da una produzione elegantemente essenziale e da una rinnovata leggerezza». Oggi che abbiamo l’album per le mani, possiamo ribadire che il musicista ha trovato la quadratura del cerchio, diventando uno dei cantautori più fuori moda, e perciò più “classici”, che possiamo chiedere alla stanca e asfittica scena italiana postmillennio.

Sulla bilancia, a far quadrare il “mondo Bugo”, c’è un po’ di ironia che non sfocia nello svacco di qualche lustro fa (ricordate l’esordio La prima gratta?), la capacità di scrivere canzoni d’amore pop intense (come aveva fatto in Golia e Melchiorre nella splendida Che diritti ho su di te), il piglio del funk, l’elettronica e un tiro fresco che rinnova le ultime produzioni non troppo esaltanti. Un nuovo corso per il cantante e musicista di Trecate? A tratti sì. Se finora avevamo considerato la sua parabola musicale come un tentativo di proporre un pop maturo, magari con le sue idiosincrasie, gli alti e i bassi d’ordinanza, questo nuovo lavoro alza il livello e lo mantiene su alti standard qualitativi.

Gli ingredienti sono, a detta dello stesso Bugo (con playlist Spotify annessa a un post sul suo profilo Facebook), Stone Roses, Adriano Celentano, Daft PunkJesus And Mary ChainDuran Duran, il nume tutelare Vasco RossiPrince, Fausto Leali, Luca CarboniKavinskyBruce Springsteen e altri. Fra le molte citazioni (vedi Manchester e Kavinsky nell’intro RadioBugo), è quella di Vasco e del sound Carosello a emergere. Chitarre pulite in uptempo funky (Tempi acidi, Cosa ne pensi Sergio), nello strumentale Ehi (Back To Rock) le tastierine di Let’s Dance di Bowie, roba da modernariato anni ’80, come la stessa Bollicine peraltro, uno degli inni italo di quel decennio. Il tutto tagliato con loop in progressione à la MoroderMe la godo è l’altro esempio di citazione 2.0 nei confronti di Vasco Rossi, che non può più essere infarcita di droga e di fattanza. Oggi non ci si può permettere infatti di strafarsi come negli anni Ottanta (siamo distantissimi dagli Sballi ravvicinati del 3° tipo di Rossi), ma Bugo prende il testimone di quel sound e lo rifrulla con qualcosa di nuovo, con testi infarciti di ironia per ascoltatori che hanno già (o che vorrebbero avere) le quaranta primavere piene sulla carta d’identità.

A modo suo, Bugo ha definito il suo alter ego a piccoli passi: agli esordi lo credevamo un simpaticone magari più vicino al folk di Beck che al cantautorato pop italico, poi, passato un po’ di tempo, si è preso troppo sul serio e molti non l’hanno più capito. Oggi si definisce attraverso i social (Facebook in primis) e coltiva un dialogo con i suoi fan, anzi con i suoi “amici”. Sì, i fan di Bugo (non di Cristian) non possono che essere amici, gente con cui può bere una birra dopo un concerto e niente più. Disimpegno? Anche sì, ma portata avanti con coscienza, questa estetica paga, ed è forse l’unica che può sopravvivere senza banali ipocrisie su “impegno” o su “sperimentazione”, aggettivi di cui si abusa per descrivere molto del pop italiano contemporaneo di (presunta) qualità.

Non possiamo però ancora definire Bugo come un classico o come un artista pop al 100%. Il suo farsi amare sui social e la sua simpatia contagiosa mascherano abilmente il fatto che non ha ancora scritto canzoni che possano permettersi di resistere alla polvere del tempo. Se Vasco lo aiuta come modello, e lui è bravo a prendere il meglio dagli arrangiamenti del blasco, è con Celentano che il confronto sembra più azzeccato. Sia le somiglianze fisiche, che di carattere, potrebbero far pensare a una analoga carriera, ma finora Bugo non ha scritto classici come Prisencolinensinainciusol o Susanna. Insomma, l’album è fatto bene, ha tutto al posto giusto, ma Bugo non riesce a sfondare, restando in definitiva un prodotto per una nicchia che una volta chiamavamo “indie”. Anche Jovanotti era partito con un confronto indiretto con Vasco (nell’omonimo singolo del 1989), ma poi ha scritto anche pezzi diventati classici. A Bugo questo ancora manca. Purtroppo.

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