Recensioni

Il Bugo è uno che ne fa incazzare molti. Soprattutto quelli che sono in giro da un vita, la testa ubriaca a furia di provare e smerigliare quell’assolo e sbattersi per una serata in un locale del cazzo e bocconi amari per questo paese di merda in cui tecnica e talento nessuno sa né apprezzarle né a cosa servano e le canzoni vengono fuori insipide fotocopie come i biscotti del mulinobianco e devi pure ringraziare se in classifica c’è Ligabue pensa un po’.
Quindi, ecco che arriva il Cristiano Bugatti da Novara, tecnica sfocata, voce approssimativa, attitudine che più sbracata e sbilenca non si può, l’aria sufficiente e dinoccolata, ed è capace di beccarsi nell’ordine: 1) i plausi della critica; 2) i riflettori di emmetivì; 3) un contratto con una sticazzi major. Non stupisce che qualcuno s’inalberi, no?
Già perché nel frattempo il Bugo s’è accasato presso Universal, e se in molti s’incazzano (vedi sopra) altri – i fan della prima ora – iniziano a spandere peana mortuari, atterriti dagli spettri di Imborghesimento e Normalizzazione. Lui, il Bugo, se ne sbatte. Anche perché il suo terzo disco se lo è già scritto e registrato, anzi ha pure avuto il tempo di passare a far visita a Fabio “magister” Magistrali che glielo ha mixato per benino. Insomma, ai suoi nuovi boss ha proposto un pacco prendere o lasciare, e loro hanno preso. Olé.
Con tutto ciò, questo Dal Lofai Al Cisei (titolo come al solito strepitoso) mi sembra un passo indietro rispetto al precedente Sentimento Westernato, giusto perché in quello si avverava colui che ritengo il vero Bugo: un’allegria periferica, uno svacco militante, una desolazione inerme, un lucido delirio, una smania sull’orlo di qualcosa.
In questo invece – divenuta la mestizia ruggine, trasferito
il malanimo nella metropoli – la vibrazione nera del suono racconta sì l’impatto frontale con l’urbanità, però in questo passaggio qualcosa si perde. Come se ci allontanassimo dal cuore del Bugo, proprio quello che nella fumettistica copertina arrostisce in un inferno di watt. Ci sono ancora – come potrebbero mancare? – le invenzioni storte, le magie povere, gli espedienti sgangherati (sonici come nel rockettone Portacenere, sonici e testuali come nella leggiadra scelleratezza house Pasta Al Burro), e c’è quel trapasso di sensi che piega progressivamente una frase verso significati contrari o alieni (sentitevi La Mia Fiamma, Morbida Scheggia o il singolone Casalingo).
Come valore aggiunto, s’intensifica e approfondisce l’attitudine psichedelica, diffusa un po’ ovunque, cupissima in Nero Arcobaleno, cinica in La Mia Fiamma e sospesa nelle improbabili fumosità western di Morbida Scheggia (e che peccato aver tenuto fuori un pezzo come Sole Al Porto, scritto per la compilation della web radio Loser…). Dove invece ci si perde un po’ è in questo spostarsi verso la compiutezza – come dire? – professionale, una sorta di tensione levigatrice che nell’approdo dal farci all’esserci disinnesca ad esempio l’arcaica abrasività di Piede Sulla
Merda facendone uno psych blues un po’ prevedibile e consunto, svuota l’urlo acido ma troppo quadrato di Milano Tranquillità, addomestica la distorsione psicotica di Fai La Fila e in genere rischia di normalizzare troppo la pasta sonora, a partire dalla struggente arrendevolezza di Io Mi Rompo I Coglioni, autentico inno allo spleen della giovane carne disallineata.
Eh sì, un po’ erano giustificati, quei peana, anche se non proprio di imborghesimento sembra trattarsi quanto di un semplice slittamento stilistico. Con tutto ciò, rimane un disco più che dignitoso, in forza del quale il terzo fatidico scoglio può dirsi superato con una certa disinvoltura, autorizzandoci ad attendere con curiosità ed una certa fiducia le prossime cose. Sempre che prima il Bugo non si rompa i coglioni
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