Recensioni

Abbiamo tutti presente quando ti vedi per una birra con quel vecchio amico d’infanzia. Avete preso strade diverse e perso i contatti per qualche anno. Quando ti ci siedi al tavolo ti sembra non sia passato nemmeno un mese, anche se niente è più lo stesso.
Così suona l’ultimo disco dei Blink-182, che ricompongono il trio con cui tutto è iniziato riabbracciando il cantante e chitarrista Tom DeLonge: uscito dal gruppo nel 2015, aveva annunciato il suo ritorno nel 2022. Sette anni da raccontarsi non sono pochi, ma non se c’è l’alchimia di un tempo. E dopo un paio di pinte scatta la nostalgia. I tre si rituffano a piè pari in quel 1999, anno d’uscita di Enema Of The State; cercano lo stesso pop-punk adolescenziale che li ha spediti in rotazione perpetua su MTV e in radio nei primi anni 2000. Come a voler rifare tutto da capo. One More Time, appunto.
Pare essere un anno di grandi ritorni nel rock. Stelle del passato si trovano a fare i conti con l’essere invecchiati, cambiati, insieme al mondo attorno. Diverse generazioni l’hanno presa ognuna a modo suo. Veterani come i Rolling Stones mostrano un’apparente immortalità – se non fosse per la scomparsa del compianto Charlie Watts – senza accennare a perdere lo smalto: a 80 anni hanno ancora il coraggio di cantare “you think the party’s over, but it’s only just begun” (Whole Wide World, Hackney Diamonds). Dall’altro lato Chrissie Hynde dei Pretenders, anche se un po’ più giovane, si lamenta del deterioramento dei sensi con la vecchiaia e ironizza su cenni di demenza senile (I’m Losing My Sense Of Taste, Relentless). Sulla stessa linea malinconica Damon Albarn, a 55 anni si ritrova con i Blur a scrivere canzoni intrise di un senso di perdita: “I have lost the feeling that I thought I’d never lose” (Barbaric, The Ballad Of Darren). Come si posizionano i ragazzacci californiani su questo spettro?
Da un lato, sembrano giocare in squadra con gli Stones: conservano la loro immagine eterna, nel loro caso di inguaribili teenager anni ‘90, immutabili personaggi scriteriati di un cartone animato, come venivano disegnati sulla copertina del live album The Mark, Tom, and Travis Show (The Enema Strikes Back!). Tatuaggi, cappelli con visiere snapback al contrario. E il sound non è da meno.
Qualche volta sembra di sentire cover dei pezzi che li hanno portati al successo, e le similitudini si trovano anche con i side project dei membri della band. D’altra parte nessuno si aspettava l’innovazione di una formula che funziona così com’è – basta guardare gli stream di Spotify, Apple e co. La loro proposta è celebrare l’appropriazione del punk rock americano, reso melodico e scintillante e portato al pubblico mainstream da Green Day e Offspring (peraltro i primi sembrano avere un piano simile, col singolo estratto dal nuovo album che annuncia un ritorno a Dookie). La sola eccezione rispetto a questo sguardo indietro è Blink Wave, in cui alle chitarre si affiancano dei synth à la Cure – non a caso Robert Smith compare in Fell In Love insieme a Brian Tedder degli One Republic. Poi, perché no, del punk vogliono omaggiare anche la mitologia, come fanno nel videoclip di Dance With Me travestendosi da Ramones con chiodo e parrucca.
Un’evoluzione si nota nell’apporto di Barker in produzione, che, oltre a pestare la batteria come un dannato quasi senza lasciare uno spazio vuoto, riempie il disco di quell’ipersaturazione dei suoni regalata anche nelle collaborazioni con rapper e trapper immischiatisi nel mondo punk, su tutti Machine Gun Kelly. Altra differenza con gli album precedenti è l’intervento di una schiera di producer e songwriter, tra cui Nick Long, collaboratore dello stesso Kelly.
Il risultato è una surplus di tracce riempitive e facilmente dimenticabili che gonfiano il minutaggio rendendolo a tratti sconclusionato. Però non mancano pezzi riusciti nel loro scopo autoimitativo. Anthem Part 3 si dichiara copia col riferimento ai due “inni” precedenti, e nella stessa direzione vanno i ritornelli nasali strillati da DeLonge in Edging e Bad News, pronti per essere intonati a squarciagola accanto le hit storiche nel tour mondiale in atto. Una cerimonia collettiva in cui i tre se la spasseranno e certamente soddisfaranno la generazione di fan che è impazzita sotto i loro palchi, tutti vestiti da skater anche se su uno skate non ci sono mai andati.
Tuttavia il revival del periodo d’oro non è messo su a cuor leggero. Rimane ancora il tono scanzonato per una battuta sulla masturbazione nell’intro di Dance With Me; ma accanto c’è una nota amara di rimpianto per un tempo che non tornerà. Quindi i Blink stanno anche dalla parte dei malinconici, con Pretenders e Blur. Certo, ai tre non è mai andato a genio crescere: “What’s My Age Again?“, si chiedevano già nel ’99. In When We Were Young è evidente quanto è difficile tenere la faccia da punk kids che fanno imbestialire gli adulti, quando l’adulto sei tu. “Work sucks, I know” (All The Small Things) diventa qui un rassegnato “They gave me a job, now I’m stuck at work”. In Childhood guardano indietro a quando pensavano di sapere tutto, mentre ora paradossalmente si sentono persi. C’è da dire che la vita ha tirato i suoi colpi: a riunirli sono state due catastrofi, menzionate nella title track. Prima l’incidente aereo di Barker, adesso il cancro sconfitto da Hoppus.
Si può immaginare chi è stato adolescente nei primi anni 2000 ascoltare ora questo disco, magari portando a scuola un figlio, per poi precipitarsi al posto fisso e tirare avanti fino al weekend. Si sentiranno vicini ai tre californiani, tra tutti quelli a cui il tempo ha dato una bella botta. Come cascare giù dallo skate e ritrovarsi faccia a terra sull’asfalto.
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