Recensioni

A distanza di tempo, del terzo LP dei Green Day possiamo dire che non conteneva, in teoria, nulla di veramente “epocale” ma epocale a suo modo lo è stato.
Non che questo vada necessariamente a detrimento della band. Dal punto di vista dei contenuti musicali, Dookie differiva di un niente dal suo predecessore indipendente Kerplunk e dal suo svelto pop-punk (se non nella registrazione più “professionale”); dovendo scegliere un album del trio californiano, noi almeno gli preferiremmo American Idiot, che ha il merito di aver saputo sorprendere non poco chi aveva derubricato – colpevolmente o no – i Green Day a gruppo sopravvalutato e prigioniero del proprio cliché. Poi si sono persi ancora, nelle pastoie di quella stessa magniloquenza, ma è un altro discorso e non riguarda il nostro argomento. Il gruppo di Berkeley non cambiò formula passando dalla Lookout! alla Reprise, succursale Warner (paradossalmente, è più netto lo stacco tra Bleach e Nevermind dei Nirvana, per fare un esempio), e anni dopo avrebbe saputo realizzare un’opera molto più ambiziosa mostrando di essere veramente cresciuto. Ma è comunque Dookie ad aver cambiato le carte in tavola, per il gruppo e possiamo dire per un intero genere musicale. Gli investimenti di una major e il tempismo con cui uscì l’album fecero la differenza, anche se non carburò subito – almeno a livello di vendite; solo dopo la famosa partecipazione dei Green Day a Woodstock ’94, finita a palle di fango, e i videoclip di Basket Case e When I Come Around in rotazione su MTV, divenne un successo mondiale.
I Green Day venivano dal cuore della scena nordcaliforniana votata al punk “melodico” che faceva capo al club 924 Gilman Street di Berkeley e alla Lookout! Records, l’etichetta di Operation Ivy, Mr.T Experience e Screeching Weasel. Poco prima della fine dell’interregno grunge, nello stesso mondo delle major che il successo dei Nirvana aveva messo sottosopra sdoganando il rock un tempo underground ai piani alti delle classifiche, almeno quattro o cinque grandi case discografiche si erano fiondate sui ragazzi, convinte di aver trovato un’altra musica alternativa commerciabile, il passo successivo proprio ai Nirvana. Ci avevano visto giusto.
Con le sue vendite milionarie, Dookie ha rappresentato il ritorno del punk nella cultura di massa – per le nuove generazioni che l’originale lo conoscevano solo per sentito dire o non lo conoscevano affatto. Certo, in una versione edulcorata, tra il fumetto e il diario adolescenziale, divertente, scanzonata, senza rivendicazioni politiche né velleità straight edge; musicalmente più un power-pop carico di adrenalina e testosterone, che assorbiva l’energia e la velocità dell’hardcore un po’ più moderato senza prenderne davvero la forma. Un bubble core che somigliava a un beat sotto anfetamina, che per riferimenti più vicini nel tempo aveva la melodia e la distorsione degli ultimi Hüsker Dü unite alla guasconeria dei Replacements, nella tradizione del pop-punk americano – Dickies, Rezillos, Ramones, Descendents – ma in debito con maestri inglesi come i Buzzcocks, cui non sarà sfuggito il finto accento britannico di Billie Joe.
E a proposito del trio, non si può dire che la sua scrittura mancasse di immediatezza – Welcome to Paradise, ripresa di un brano già inciso su Kerplunk, e When I Come Around avevano la giusta dose di grinta e melodia – e di guizzi convicenti. Il giro di basso da canticchiare come una filastrocca di Longview o i passaggi di Basket Case, che inizia con i soli accordi di chitarra a tenere il tempo prima dell’ingresso – fragoroso – del basso e della batteria (che sostiene i punti nevralgici della canzone con strategiche rullate), sono tocchi di colore e mordente che la banda ci propina in scioltezza ma con autoriale efficacia.
Dookie ha rappresentato a suo modo uno spartiacque, persino al di là dei suoi meriti artistici; ha spaccato in due la storia del punk – e, in parte, il suo pubblico – e innescato un suo – per molti discutibile, ma innegabile – revival (aprendo alle riunioni di vecchie band e portandosi dietro nella sua scia fortunata anche gli exploit dei contemporanei Offspring e NOFX e Rancid, e dei successori-imitatori come Sum 41 o Blink 182). Molti appena più giovani di chi scrive hanno scoperto il punk grazie a loro. E questo contraccolpo generazionale non ha mancato di farsi sentire un po’ ovunque. Volenti o nolenti è qualcosa che non si può ignorare…
Amazon
