Recensioni

7.3

Uno degli elementi che rende le sue performance così sconvolgenti è l’estrema compressione, l’estrema disciplina e controllo del corpo […] osservare le performance dal vivo di Curtis [Ian Curtis, NdR] è guardare un uomo sopraffatto da una forza energetica interiore
Cynthia Cruz. Melanconia di classe, Roma: Atlantide, p. 128.

Tanta, forse, è stata la “forza energetica interiore” (una brutta traduzione? Un obbrobrio para-psicanalitico dell’autrice? Il segno che Lacan e Dragon Ball ormai è uguale?) che Isaac Woods ha lasciato i Black Country, New Road, per questioni di salute mentale, nel 2022, quattro giorni prima l’uscita di Ants From Up There e di un tour praticamente mondiale (e lo sappiamo tutti). Nessun panico: il sestetto di formazione classica è andato in tour con canzoni scritte poco prima, per niente provate, e ha registrato persino un album dal vivo (cosa rarissima) nel 2023, Live At Bush Hall, tanto silly alla Magnetic Fields o Belle & Sebastian quanto doloroso e meta- nel suo rivolgersi, nei testi e nell’impianto vaudeville della serata, verso sé stessi, il tema della propria morte e rinascita, le aspettative.

Sembrava già così tanto da introiettare, e invece i BCNR tornano con un nuovo disco, il loro terzo in studio (con il contestatissimo producer James Ford, già Arctic Monkeys latitudine AM, fra gli altri disast- ehm successi), Forever Howlong, undici pezzi così diversi da AFUT (così d’ora in poi, e chiediamo scusa per tutti gli acronimi usati nel testo) che una silenziosa minoranza chiede a gran voce che il gruppo cambi addirittura nome.

Sì perché, se è vero che i BCNR hanno sempre coltivato, più o meno di nascosto, una vena prog nelle loro uscite (l’uso di strumenti anti-post punk come il clavicembalo, i fiati, l’esagerazione parossistica della dinamica piano-forte), tanto da far presagire, in un’intervista di qualche anno fa, un possibile sviluppo à la Canterbury, allora si può dire che questo disco segna un’evoluzione fortissima in tal senso. Un’evoluzione forse a lungo termine: si chiacchiera molto del fatto che ogni uscita dei BCNR rappresenti la fine di un micro- percorso (d’altronde sono tutti classical-trained, no?): FTFT era la fine del periodo-Slint, AFUT del periodo Arcade Fire, LABH di quello – boh – Broken Social Scene feat. Stephen Sondheim? Forse per la prima volta, invece, come riporta un’intervista a Rolling Stone, si vuole spezzare questo anti-continuum: “It would be nice to sit with it for a bit, in a dream world” dice Tyler Hyde, una delle nuove tre cantanti del gruppo.

Allora cos’è questo Forever Howlong? Da un punto di vista prettamente musicale, un disco prog con qualche episodio barocco. Eh sì perché, tolto quel phrasing midwest emo che pure era presente in alcuni pezzi di LABH come The BoyI Won’t Always Love You, quello che sembra rimanere, a chi scrive, è una rielaborazione beatlesiana (il singolo Besties, che è valso il nomignolo Black Country, Abbey Road), o comunque (nei pezzi più vicini a quello pseudo-canone che alcuni fan additano ai primi due dischi, come For The Cold Country) un’idea di canzone votata alla continua dinamica piano-forte, costrizione-tensione-rilascio, dei Genesis di Foxtrot. Senza dimenticare, per un certo afflato folk e un immaginario basso-medievale, la Joanna Newsom di Ys o Divers in praticamente tutto il disco – se proprio si vuole segnalare qualcosa a livello di ecletticità, i mandolini in Salem Sisters o lo spaghetti western di Two Horses (ma non solo, andiamo per reductio).

La specificità del disco, forse, viene dai testi. Passare da Woods, un sadcore bro, a tre cantanti e scrittrici come Tyler Hyde, May Kershaw e Georgia Ellery (violinista, metà dei Jockstrap) è un terremoto. La narrazione infatti si mantiene su livelli fortissimi di empatia, ma rovesciando – binariamente – la prospettiva a cui si era abituati. Ecco così una serie di racconti devastanti – e saluti a chi associa la mancanza di chitarroni emo alla mancanza di sofferenza. E allora il ricordo di una condizione irreversibile di invisibilità e molestie a scuola in Mary (l’unico pezzo cantato interamente da tutte e tre insieme), una crush inconfessabile per la propria migliore amica (Besties), la caccia alle streghe chissà quanto metaforica in Salem Sisters. Ma anche, e forse soprattutto, il racconto di una gravidanza forse indesiderata, dello stigma che ne consegue, della solitudine totale e di un epilogo atroce solo suggerito in Nancy Tries To Take The Night. Il tocco di presunta leggerezza (l’esatto opposto rispetto al periodo-Woods) è nel dramma, nel vuoto di un verso come So I fill myself up with fiber as dusk begins to set con un sottofondo non di cori greci emo (come allora) ma di flauti dolci (quelli che suonavamo alle scuole medie, per dire). Una differenza abissale nella modalità di racconto, nell’uso del drama e dell’ironia, nella consapevolezza di sé, nel realismo delle piccole cose di pessimo gusto. Un gruppo totalmente diverso, con al centro gli stessi temi fondanti: l’assenza di senso, il post-post- tutto, ma comunque l’empatia, il racconto di sé, l’assenza di sovrastrutture, il bisogno di trovare amore, il capire dove si è mancanti e bisognosi (“life is good I feel understood“).

On a side note: molta, moltissima gente, specialmente su Reddit (dove il, credo, 90% della loro fanbase fa comunella o litiga), dichiara di non riuscire più ad ascoltare i BCNR dopo la dipartita di Isaac Woods. L’opinione generale è che sì, questi pezzi sono carini ma non arrivano. Da un certo punto di vista, diciamo il 55%, questa è anche l’opinione di chi scrive questo pezzo. A questo punto si potrebbe profilare/delineare quel tòpos, o forse il vicolo cieco logico, che ogni tanto riaffiora alle orecchie di chi ascolta musica e ne scrive. Ovvero: questo disco sarebbe un (voto altissimo) se fosse stato fatto da qualsiasi altro artista/gruppo, ma siccome sono i (BCNR in questo caso), e siccome ci aspettavamo di più, allora la valutazione scende di un po’. E’ una tentazione forte, che senza dubbio scioglierebbe quel legaccio di delusione, attesa mancata, giudizio retroattivo ma anche giudizio di sé, amarezza di essere prevenuti, vergogna, disvelamento del pregiudizio, in modo coerente. Ma vogliamo provare un approccio diverso, slegato dalle dinamiche memetiche e binarie da Reddit (‘mi manca Isaac’, ‘ti manca perché sei un sadcore bro misogino’, ‘non ti manca perché non capisci niente di musica’ etc.). Ossia: chi ha sperimentato  pezzi come Basketball Shoes, ecc., ma anche Turbines/Pigs (su LABH), non può – suppongo – fare a meno di desiderarne di più.

Senza entrare nella retorica dell’arte come emozione sublime ecc., semplicemente qualcosa di così sconvolgente, che trascende il gusto estetico particolare per questo o quel genere, che sparge sale e miele sulle ferite più profonde, che obbliga a ricordarsi tutto in 6 minuti, che fa piangere, qualcosa di «indistinguibile dalla pulsione di morte, acquista slancio e velocità nell’inseguimento tortuoso dell’oggetto del desiderio» (sempre Cruz), ne chiede di più. Il meccanismo della dipendenza? Forse. Ma non mi sento di giudicare negativamente un approccio luttuoso all’ultimo disco. Non credo sia un caso che tantissima gente (nella bolla di Reddit, sia chiaro) abbia espresso un certo grado di delusione: pezzi come quelli alzano la soglia di – diciamo – apprezzamento all’inverosimile, o forse quella soglia alla Paul Celan ce la mostrano per la prima volta, o ce la ricordano, ed è normale che il cervello ci si abitui. Forse dovremmo prendere atto senza giudizio di questo meccanismo, ed essere meno duri, più indulgenti, sia con noi (per desiderare quel tipo di impatto, e rimanerci male se non lo ritroviamo), sia con loro, che questo impatto lo hanno creato, lo hanno subìto, e ora cercano riuscendoci qualcos’altro.

Un disco che suscita anche questo tipo di riflessioni sull’aspettativa, su cosa chiediamo alla musica pop, su come ci emozioniamo, su come si sviluppano le dipendenze persino. Forever Howlong è soprattutto questo (per chi scrive). Si può apprezzare tranquillamente l’una e l’altra incarnazione di BCNR: come canta May Kershaw in The Big Spin, “We won’t worry it will grow“; in For The Cold Country: “All that I lost is still with me“. Forse abbiamo perso un tramite verso «desideri e paure» in Isaac Woods.  Ma se l’empatia è tutto quello che ci rimane, i BCNR non smettono di rimanerci vicino, anzi.

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