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7.5

Come capita spesso (più di quanto non si sia portati a pensare) è l’identità a vincere. Non la diversità. O almeno non esattamente, proprio l’identità, che in tempi di generation ipod è, del resto, merce sempre più rara. Per intenderci: Joanna è diversa dalle “altre”, è ovvio. L’unico vero paragone che viene in mente a questo punto è Cat Power e non parliamo di musica, o di genere (almeno, non solo) ma di completezza di personaggio, rotondità di immagine, finitezza del dettaglio personale ed unico – quello che fa dire, ecco, il resto è emulazione, imitazione, declinazione trascurabile e persino volgare.

Pensate ad una colata di rame: informe, liquida, bollente, un amalgama di quelle particelle elementari che aspetta di essere versata e plasmata una volta per tutte. Mentre il rame precipita nella forma si aggiusta, si raffredda, diventa qualcosa di distinto, unico, a partire dalle piccole imperfezioni agli intarsi fatti a mano sulla superficie. Ecco, potremmo dire che la cantautrice in potenza di The Milk Eyed Mender si è (o è stata) versata in Ys come la colata di rame era stata preparata per diventare un magnifico bracciale, uno di quelli a spirale, di cui segui il disegno con gli occhi mille volte comprendendone la geometria superficiale, ma non afferrandone mai quella intima, come succede con le forme pure.

Così, Ys è un trionfo di matematica. Una matematica speciale, certo, la matematica astrusa delle formule magiche, fatta degli algoritmi dell’immaginazione sfrenata. Il suo primo numero è il 5, visto che è diviso in 5 momenti o movimenti, tutti compresi nella durata anti-forma-canzone che va dai 13 ai 9 minuti. Ma anche il secondo numero è il 5, che conta i componenti già citati dell’equipe che lo ha realizzato: Van Dyke Parks, Steve Albini, Smog, Jim O’Rourke, e, infine, ovviamente, lei, la bestia stregata, l’arpa antropomorfa, Joanna stessa, tenutaria di un harem allo specchio che rigira gli assiomi di una poligamia sonora. Ed il cui figlio è un disco che assomiglia spaventosamente ad una madre che assomiglia finalmente, veramente, a se stessa.

Perché, insomma, è lei l’equazione finale. Joanna ha finalmente trovato la chiave della porta magica, ovvero scrivere una musica che suona come un riflesso profondo di tutto quello che il suo viso, i suoi vestiti, la sua guance, le sue labbra, i suoi capelli richiamano alla mente in maniera collettiva, inconscia ed impulsiva. Scrivere una musica silenziosamente ed ingenuamente erotica, che appartiene ad un luogo nascosto, un giardino segreto e segregato in cui le parole danzano e diventano animali e poi diventano stelle (che danzano) e fiumi che brillano sotto la luna trasformandosi alla fine in sabbia di pietre preziose.

E dunque, per quanto potremmo stare qui a vivisezionare una per una le trame bislacche delle 5 fiabe di Ys e la produzione perfetta che separa e ricompone e separa le perfette scie di arpa, archi, voce, controvoci e scacciapensieri, preferiamo non fare un torto alla struttura unica e solida che le governa. Un po’ perché Cosmia, la bellissima Monkey And Bear, la decisamente meno bella Sawdust And Diamonds, Only Skin ed Emily si riflettono l’una nell’altra senza mai divergere sostanzialmente tra loro ed un po’ perché, dopotutto, il vero valore di Ys è proprio questo, l’abbiamo detto, il principio sacro dell’id-entità.

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