Recensioni

Una tra le fantasie più folkloristiche che allignano nel mondo della discografia vuole che il terzo disco sia quello della verità. Lasciate stare quelli che fanno il botto al primo tentativo e poi scompaiono, oppure tutti gli altri che si affermano al secondo, e al terzo, quando mai ci arrivassero, prendono una tramvata in pieno volto. Ma il numero 3 ha una fascinazione cabalistica che va presa con le pinze: poi finisce che qualcuno casualmente la rispetta ed ecco che “visto?, l’avevo detto io”. Allora tutti a fare contratti ai musicisti per almeno tre dischi.
I Genesis alla terza prova danno una bella sgasata. Si presentano al mondo nel 1969 con From Genesis To Revelation, l’anno dopo a formazione riassestata realizzano un Trespass che mostra significativi miglioramenti, ma è nel 1971 che svoltano grazie a una campagna acquisti che punta sui giovani dal grande potenziale. Steve Hackett porta quell’elettricità fiammeggiante che mancava a Anthony Phillips (che dimostrerà in seguito, con una lunga serie di dischi, come prediligesse le chitarre acustiche e in genere trame sonore più crepuscolari), mentre Phil Collins si rivela non solo un batterista di prima classe, ma importante pure per le armonie vocali e per le idee in fase di arrangiamento, che un giorno sfoceranno nella scrittura di interi brani (poi di interi dischi, a coronare una sfolgorante carriera solistica di successo planetario).
Nursery Cryme, il terzo disco del 1971, in base al precedente assioma è una mezza verità: ha tutto quello che serve per dire che i Genesis possono giocare nella Premiere League del prog rock e ambire alla parte alta della classifica (metaforica, non di vendita), ma manca ancora qualcosa per puntare al vertice e vincere la competizione. Un po’ di esperienza. Tutto il resto c’è: squadra soprattutto, e contorno composto da una label che crede in loro, più una fetta di pubblico che si sta accorgendo della bontà della band (in alcune nazioni continentali). I tecnici di campo e di studio vanno e vengono. Dopo avere lavorato insieme per i due precedenti dischi, i Genesis sono costretti a rinunciare a John Anthony per divergenze tra il produttore – accusato di non avere contenuto i costi per la realizzazione di Happy The Man, che vedrà la luce solo su singoli e compilation – e la Charisma. Hanno degli abboccamenti con Paul Samwell-Smith, che aveva prodotto l’album di debutto dei Renaissance (quelli della prima ora con Keith Relf) e Mona Bone Jakon di Cat Stevens, sul quale Gabriel ha suonato il flauto (per la canzone Katmandu), e iniziano a lavorare con Bob Potter che è di casa agli Island Studios assegnati alla band come base per la registrazione del nuovo capitolo e aveva affiancato i Lindisfarne, una delle band di maggiore successo della label di Tony Stratton-Smith. Potter però si rivela un disastro; vorrebbe addirittura cancellare l’introduzione di Mellotron da Watcher Of The Skies. Come strappare le ali a una rondine e poi “su, vai, ora prendi il volo”. Alla fine la scelta cade su David Hitchcock, che l’anno precedente ha contribuito alla realizzazione di In The Land Of Grey And Pink dei Caravan, dove le tastiere (di Dave Stewart) hanno un ruolo fondamentale: Tony Banks può finalmente dormire sonni tranquilli. Al punto che è proprio la sua intro ad aprire Foxtrot, con una tale maestosità impressionista – il senso di vertigine che si prova al cospetto dell’imponderabile spaziale – da lasciare a bocca aperta. È il respiro celeste di Watcher Of The Skies, brano che proietta i Genesis verso un livello più alto. Il Mellotron da poco acquistato da Robert Fripp dei King Crimson esordisce nel repertorio della band, drappeggiato di infinità cosmica.
Anche se i fan avevano già sentito il brano dal vivo, perché nasce in tour e sul palco, proprio in Italia: la musica a Reggio Emilia; le parole scritte da Banks a Napoli guardando la città dall’alto della camera dell’albergo (altre fonti dicono dal tetto) insieme a Mike Rutherford, suggestionati da Le guide del tramonto, romanzo di uno dei massimi esponenti della fantascienza inglese, Arthur C. Clarke, e dai fumetti della Marvel, dove compare la razza aliena dei Watchers; il micidiale contrappunto ritmico che si ripete in chiaro-scuro, in piano-fortissimo tra tastiere e batteria/basso, imbeccata di Collins che da ammiratore degli Yes voleva introdurre maggiore (piro)tecnica in un formato, quello dei Genesis, dalla primaria considerazione per la struttura-canzone. Ossimoro sonoro, immaterialmente gravoso, Watcher Of The Skies ha in sé l’imprimatur del classico per regale nascita. Il brano e le ali da pipistrello che incorniciano la testa di Gabriel quando il pezzo è eseguito dal vivo, il make-up fosforescente che stranisce il cantante, sono capisaldi dell’epoca d’oro, dal punto di vista creativo, della band.
Time Table, fosse stata su un’altro disco avrebbe ricevuto più attenzione. Canzone lineare, ingentilita dal piano e da una tastiera che suona come un clavicembalo, doppiati dalla chitarra acustica e da una prova di Gabriel commovente, ha il solo torto di trovarsi tra due schiacciasassi come Watcher Of The Skies e Get ’Em Out By Friday. Quest’ultima è un altro balzo nel tempo. Più prossimo di quello dell’alieno osservatore di una Terra disertata da una umanità che si è estinta oppure ha abbandonato il pianeta alla ricerca di altri mondi più rigogliosi: il calendario di Get ’Em Out By Friday mostra l’anno 2012 – storia, a questo punto – nel quale il Controllo Genetico ha stabilito una procedura grazie alla quale le persone saranno ridotte di altezza. In questo modo negli appartamenti si potrà stipare più gente, o moltiplicare i loculi, per la gioia degli speculatori edili. Una piece teatrale in poco meno di nove minuti. La sceneggiatura per quattro personaggi in un solo attore, cantante, mimo, interprete straordinario che risponde al nome di Peter Gabriel; Collins che si infila con la voce dove può. I personaggi sono John Pebble, speculatore della Styx Enterprises che nel corso della canzone viene eletto Sir; Mark Hall detto The Winkler, il buttafuori al servizio del primo; Mrs. Barrow, inquilina in un appartamento di Pebble; Joe Ordinary, l’uomo della strada che commenta i fatti da un “puborama”, futuristica versione della immarcescibile istituzione sociale britannica nota sinora come pub.
Un genere di show approntato da Gabriel (insieme a Collins) in precedenza con Harold The Barrell (Nursery Cryme) e che riproporrà l’anno seguente con The Battle Of Epping Forest (Selling England By The Pound). Ma il clima qui è particolare, cupo: più che la pungente leggerezza della satira, si respira l’aria greve del dramma. In un certo qual modo Get ’Em Out By Friday rappresenta un episodio unico nella discografia dei Genesis. E uno dei loro massimi vertici espressivi, centratissimo anche dal punto di vista musicale, l’esuberanza tecnica tenuta a freno che si sposa alla perfezione con la direzione intrapresa dal testo. Anche se anni dopo, Rutherford e Collins si lamenteranno, come fatto altre volte, in mondo insensato e verrebbe da dire irriconoscente per la troppa verbosità di Gabriel.
Fa da contraltare Can Unitility And The Coastliners, che per scrittura si trova agli antipodi, sia per i testi che per la musica. È la sola concessione di Foxtrot al mondo della leggenda che in verità prende spunto dalla vita di King Cnut The Great, re vichingo di Norvegia, Danimarca e Inghilterra, vissuto nei primi decenni del secondo millennio, che appunto secondo leggenda pose il trono di fronte alle acque dell’oceano per dimostrare ai sudditi troppo adoranti che l’alta marea non si sarebbe fermata di fronte alla sua autorità (anche se molti hanno interpretato la morale della favola in senso opposto, cioè che Cnut avesse lanciato la sfida per dimostrare il suo potere e non la sua umanità). Le parole della canzone sono di Steve Hackett, una rarità, e la musica riflette la luce che permea molti dei suoi lavori solistici, Voyage Of The Acolyte in primis, che avrebbe inciso solo tre anni dopo.
Ma già ora il chitarrista nutre dei dubbi sulla necessità di proseguire con la band, insicurezza generata, questo il suo sentore, dalla scarsa fiducia che lo circonda. L’inclusione di Horizons, personale rivisitazione per chitarra del preludio della Suite No. 1 in Do maggiore per violoncello di Bach, si può considerare come una sorta di concessione: Hackett era poco ottimista sul fatto che potesse piacere, ma Collins fu il più entusiasta – forse in modo strumentale – nell’insistere perché il brano trovasse posto sul disco. In un punto che forse non è il migliore. Inserito sul lato A avrebbe lasciato quei pochi solchi in più che avrebbero permesso a Supper’s Ready di terminare in maniera meno brusca di quanto fa. Il pericolo dell’abbondono di Hackett venne scongiurato così. In verità, solo rimandato.
Spentasi l’eco acustica di Horizons, inizia in modo altrettanto delicato Supper’s Ready. La prima suite, e l’ultima, che i Genesis mettono in conto. Suddivisa in sette movimenti composti e incisi in momenti diversi. Fu Hitchcock, che si vedeva come si direbbe oggi nel mondo del calcio come un “equilibratore”, a suggerire di registrare i vari monconi che si sarebbero potuti assemblare successivamente. Era ovvio aspettarsi che ne nascesse un mostro di Frankenstein tutto suture, invece viene alla luce qualcosa di più vicino a Venere sulla conchiglia (Botticelli): prossimo alla perfezione, e non solo formale. Perché di mostruoso Supper’s Ready ha solo la complessità. La grandiosità, in un certo senso dantesca, della visione. Ha confessato Peter Gabriel in tempi relativamente recenti, una delle poche concessioni fatte alla nostalgia, che avrebbe voluto mettere la suite in scaletta per i suoi concerti, proposito scartato dopo qualche tentativo di prova perché la band che lo accompagnava riteneva il brano troppo difficile da eseguire.
Supper’s Ready vive di mille sussulti sonori e altrettante suggestioni liriche. Letterarie (un pompiere che alimenta il fuoco e che sa tanto del mondo oltre lo specchio dell’Alice di Lewis Carroll, oppure di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury; ancora il Pifferaio magico), religiose (Magog citato nell’Apocalisse, 666 il numero della Bestia, un angelo che si staglia contro il sole, una nuova Gerusalemme dove il “Signore dei Signori, il Re dei Re” condurrà il genere umano dopo che la lunga e perigliosa battaglia tra il Bene e il Male sarà finalmente vinta), mitologiche (Narciso trasformato in fiore, diventato uno dei costumi più presenti e citati nell’iconografia della band), storiche (Winston Churchill “vestito da donna”), citazionali (Musical Box), surreali e psicanalitiche (apparizioni di uomini in fila indiana vestiti di un sudario, e bambini indemoniati che cantano con timbro innocente «ti culleremo, ti culleremo, serpentello / ti terremo bello al calduccio»), infine farsesche (Ikhnaton And Itsacon faraoni-fanfaroni organizzati in bande di tirapiedi, pozioni da bere forzatamente come le purghe fasciste, e invenzioni del calibro della prego-capsula: una droga forse ben vista dal Creatore). Un pozzo di San Patrizio dalle invenzioni copiose e sbalorditive. Un meccanismo sonoro a incastri infallibile, dove la dirompente orchestrazione di gruppo si muove possente ma elastica come un equilibrista sul filo, per poi liberare la scena a favore di carezzevoli malie che generano incanto.
C’è il Re dei Re, e c’è la canzone della canzoni: secondo il referendum indetto tra i lettori dalla rivista inglese Prog, Supper’s Ready è il brano n. 1 del prog rock. E a proposito di vecchi detti: voce di popolo, voce di Dio. Molti di noi, ragazzi, quelle parole le hanno imparate a memoria, difficili, una lingua misteriosa, indelebili, per scordare Pascoli 15 giorni dopo. Chissà perché ai piani alti della Scuola Pubblica certe domande non se le pongono.
Foxtrot, con la copertina di Paul Whitehead che diventata iconica tra i fan, benché poco apprezzata dalla band, nonostante a Gabriel diede il “la” per il costume della testa di volpe sul vestito da sera della moglie, importante trovata che fece guadagnare alla band la copertina del Melody Maker, fa il suo debutto in negozio il 6 ottobre 1972. Da allora non ha perso un atomo della sua forza di impatto. Un tempo di vita biblico, appunto, per un disco che ha influenzato non solo comuni ragazzi ma generazioni di musicisti, compresi quelli agli antipodi del prog come approccio stilistico: da Dave Gregory degli XTC a Bill Gould, bassista in forza ai Faith No More.
Le vendite in tempo reale non furono strabilianti. L’album non entrò nella Top 10: in patria i Genesis riusciranno a penetrarla – per dirla à la Gabriel, che ha sempre gettato tra le righe allusioni sessuali – l’estate seguente con il primo live, mentre le cose miglioreranno in modo sensibile con Selling England By The Pound. La lunga attività dal vivo intrapresa col tour di Foxtrot iniziava a dare i suoi frutti, ma va detto che il quinto disco di studio conteneva un singolo come I Know What I Like adatto alle radio. Foxtrot è invece un rivolo che spilla continuo nel tempo per ingrossare un fiume che non teme siccità. L’agognato disco della verità, totale, senza mezzi termini, indiscussa: i Genesis sono giganti.
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