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Se la natura sovrasta ogni cosa eppure viene distrutta dall’uomo (questo si raccontava in Broken Spectre del 2022, frutto del sodalizio con l’artista Richard Mosse, dedicato alla foresta amazzonica), cosa accade quando il pianeta collassa, finisce del tutto? La distopia in Scope Neglect, sesto album di Ben Frost, si fa action horror, in linea con le riflessioni sul cambiamento climatico portate avanti anche in uscite laterali come la colonna sonora di Fortitude, per il crime drama settato al Circolo Polare Artico. Il musicista australiano, ormai in pianta stabile a Reykjavík, si confronta con l’immensità di ciò che lo circonda, proprio come avvenuto lo scorso anno in Vakning, realizzato con Francesco Fabris nel capoluogo islandese muovendosi attorno ai field recording delle eruzioni vulcaniche. Alberi, ghiacciai, lava.
Ispirata al minimalismo di Terry Riley, l’elettronica sperimentale di Frost rimarca componenti noise e industrial, sfociando come mai prima d’ora in direzione espressamente heavy metal. Ciò avviene grazie a Greg Kubacki dei newyorkesi Car Bomb alla chitarra – strumento che da sempre affascina il padrone di casa per le sue cinematiche proprietà post-rock – e Liam Andrews dei connazionali MY DISCO al basso, coinvolti ai Candybomber Studios, presso il quartiere Templehof di Berlino, assumendosi il rischio dell’inedita collisione di forze. Ad affiancare Frost sugli aspetti tecnici c’è l’ingegnere del suono Ingo Krauss, peraltro già al lavoro con quegli Swans che hanno reclutato Frost tra gli ospiti dei loro ultimi due album, annotando di riflesso che nel secondo album di Frost, Theory Of Machines, c’era un brano, Stomp, che campionava Red Sheet degli stessi Swans, in una lunga storia di mutevole corteggiamento.
Frost ha optato per tecniche di registrazione ispirate ai modus operandi già testati dai Talk Talk di Mark Hollis e ha rivelato soltanto alcune parti degli arrangiamenti ai suoi collaboratori, fornendo loro input di volta in volta differenti – «In molti casi Frost ha creato intere orchestrazioni, costruite con l’unico intento di guidare le feroci performance di Kubacki e Andrews, solo per cancellarle del tutto in seguito», si legge nel comunicato stampa. Come costruire un’impalcatura e lasciare le persone, in piedi su di essa, improvvisamente appese nell’aria, in un post-vuoto annichilente che si congegna e consegna come gioco di prestigio o scherzo del destino.
È un’elettronica suonata, che si avvale di elementi reali, tanto su disco quanto live con i visual di Tarik Barri. Una scelta, con l’idea di unire l’approccio del producer a quello del musicista di rottura, che arriva con una certa logica, dopo il precedente The Centre Cannot Hold del 2017, inciso da un guru dell’analogico come Steve Albini, negli intenti il fotogramma blu marino, per quanto iper digitale, «di un evento e di una stanza con il compositore al suo interno», sebbene alla resa dei conti non incisivo alla medesima stregua del tellurico A U R O R A del 2014.
Al solito e più del solito, c’è una tensione che non esplode mai lungo le otto tracce di Scope Neglect, nonostante la violenza con cui esse impattano di primo acchito sull’ascoltatore. Frost è un dio del fulmine che osserva dall’alto, un burattinaio che muove i fili come nelle opere teatrali che lo hanno visto impegnato come regista da The Wasp Factory del 2013 in poi, lasciando fluttuare i suoi pezzi tra minacciosa ripetizione e meditazione filo-trascendentale. Quanto viene caricato e scaricato, volume spesso al massimo, non corrisponde alla vulnerabilità innescata a livello emotivo. Reiterata con meticolosità ossessiva, astratta dal suo contesto, trascurando l’ambito, persino l’aggressività diventa familiare. Perlomeno, un mistero familiare, legato a un immaginario di materie oscure, edificato sulla fascinazione della geometria dei corpi solidi e della mitologia.
In sospensione ci sono corde che lampeggiano senza mai liberare autentiche precipitazioni, dalle punte rumoristiche dell’iniziale, introduttiva Lamb Shift – in Fisica, lo spostamento di Lamb, dal nome del Premio Nobel Willis Lamb, si riferisce a una differenza anomala di energia tra due orbitali elettronici in un atomo di idrogeno – all’andamento epico di Chimera, dalle dissonanze grattugianti e di pari passo spaziose della programmatica The River Of Light And Radiation alla dark ambient di 1993, titolo che rimanda ai disorientanti salti temporali di Dark e 1899, le serie televisive di Baran bo Odar e Jantje Friese per le quali Frost ha elaborato musiche memorabili.
Sulla seconda facciata, riff killer e soundcape di cetacei marini animano Turning The Prism, seguita dalle atmosfere disturbate-dronistiche di Load Up On Guns, Bring Your Friends – in inaspettato allaccio citazionistico ai Nirvana di Smells Like Teen Spirit – e alle fredde, dure oscillazioni ipnotiche di Tritium Bath, sino alla chiusura affidata all’incedere greve, da trance, di Unreal In The Eyes Of The Dead, che si rifà invece all’autore W. G. Sebald («Mi sento sempre più come se il tempo non esistesse affatto… solo vari spazi incastrati secondo le regole di una forma superiore di stereometria, tra i quali i vivi e i morti possono spostarsi indietro e avanti come vogliono, e più ci penso più mi sembra che noi che siamo ancora vivi siamo irreali agli occhi dei morti»). Buona fine, e buon principio, in loop color venuto dallo spazio.
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