Recensioni

Se i protagonisti del prog rock erano etichettati come dinosauri, per effetto di un deciso restyling cominciato da anni si potrebbe paragonare il Banco del Mutuo Soccorso del 2025 a un Drago di Komodo, o qualcosa di simile. Parafrasando una commedia della fine degli anni ’80 prodotta dalla Walt Disney e campione di incassi, dei 12 pezzi che compongono Storie invisibili si potrebbe dire “tesoro, mi si sono ristretti i brani”. Cinque canzoni sotto i 4 minuti, tre arrivano al massimo a 2’56”, una sola che supera i 5 giri da 60 secondi, medie più vicine agli standard punk che a quelli del prog. Per trovare lo stesso tipo di minutaggio applicato alla discografia della band romana bisogna risalire ai dischi degli anni ’80, quando Nocenzi & Co. decisero di proseguire nell’operazione di sgravio con fare talebano, non solo rispetto alla durata dei brani ma arrivando ad amputare il nome del brand fino a ridurlo al moncherino di Banco.
Per molte grandi firme del prog rock, è stato quello il decennio delle ingloriose trasformazioni. All’evaporare degli anni d’oro provarono ad adeguarsi frettolosamente a tempi che pretendevano leggerezza, se non addirittura frivolezza – ELP, Renaissance, Yes, Gentle Giant, ecc.: le copertine e il look rendono l’idea meglio delle parole –, barattando l’anima, perdendo la faccia, dilapidando la fan base più fedele e oltranzista. I Genesis risucchiati dal ciclonico successo personale di Phil Collins sono un caso unico. Non avesse trovato il batterista l’asso pigliatutto In the Air Tonight, garantendogli un seguito da messia che l’ha seguito in battaglia anche quando con le insegne dei Genesis, molto probabilmente avremmo raccontato un’altra vicenda. Quasi tutti gli altri, alla fine di un’epoca e all’alba di un nuovo giorno che li vedeva alieni, hanno rallentato, girato a vuoto per qualche tempo, per poi incagliarsi del tutto. E tornare, chi ancora sopravvissuto e in grado di reggersi in piedi, sangue fresco inserito a sostituire gli impresentabili o i morti, 30/40 anni dopo sulla scia di una imprevedibile riscoperta e successivo rifiorire del prog rock, mettendosi a rifare quello che sapevano fare (bene) quando in auge.
A dimostrazione che essere sé stessi, perfino con le rughe, i capelli bianchi, sformati, ripetendosi, (ripristinare il nome per intero), è più apprezzato – la nostalgia e la sclerotizzazione dei fan della prima ora, i giovani che apprezzano perché non hanno mai sentito nulla del genere – e probabilmente apprezzabile, dello svendersi riducendosi a macchietta: meglio non abbandonare la nave che fa acqua come si addice a orgogliosi capitani di lungo corso che fare gli Schettino del rock. Che poi magari il natante non affonda e resti/diventi un eroe, e finisce invece che la scialuppa di salvataggio viene sospinta dalla corrente verso un’isola dove i cannibali che ti hanno visto arrivare stanno già portando a ebollizione l’acqua nel pentolone di benvenuto. Questione di scelte. Di lungimiranza, fiuto, e fortuna.
Le canzoni a corto raggio di grandissimo valore sono milioni, è indubbio, costellano la storia delle musica in tutte le forme, in ogni periodo storico, ma latitano nel mondo del prog Rock – mediamente uno/due per album nel passato –, forma che più di tutte ama composizioni di grande respiro. Nella modalità decluttering, come opera il BMS di Storie invisibili, la band di padre Vittorio e figlio Michelangelo Nocenzi si libera in gran parte dei momenti strumentali che sono stati un pezzo forte del marchio.
I brani asciugati tanto nella forma quanto nella sostanza vengono compensati dall’interezza del lavoro che va preso come un concept, si dice la forma più alta del genere: suite batte canzone, concept batte suite. Queste sono le regole della morra prog. Dodici episodi, nessuno strumentale – che pure il BMS ha prodotto con qualità e prodigalità a partire da Passaggio, Metamorfosi (una manciata di parole assediate da oltre 10 minuti di musica) e Traccia presenti sul leggendario “salvadanaio”, fino a dischi interamente scevri di parole quali la colonna sonora di Garofano rosso (1976) e …di terra (1978) –, che gettano uno sguardo sull’umanità e il mondo che ci circonda da diverse angolazioni, con gli occhi di protagonisti via via diversi per tempi storici e geografia, spinti da motivazioni che sono di volta in volta canti di speranza, disperazione, rabbia, rivolta, giustizia, ma non manca la speranza.
Tra le storie meglio riuscite L’ultimo moro dell’Alhambra guadagna il titolo di MVP del disco: lamento di un mussulmano espulso dai cristiani iberici al momento della liberazione della Spagna dalla presenza ottomana, nella visione del BMS il resoconto fa il parallelo con la situazione degli odierni fuggiaschi in cerca di asilo, innestando, a due/terzi del brano, un generoso tassello che porta alla memoria La danza dei grandi rettili (Darwin) ed esaurisce il tempo in modo fiammeggiante. Quasi pari livello è Senza nuvole, canzone d’amore cullata da una melodia bellissima e struggente; e di buon valore risultano Spiegami il cielo, sorta di risposta romantico/incantata all’ironia di Extraterrestre del migliore Eugenio Finardi; Solo meraviglia, il delicato ruminare di un anziano verso un amato bambino, cullata da pianorte e chitarra acustica; Il pittore che racconta in chiaro-scuro dei tormenti e dell’estasi di Caravaggio. Brani in gran parte meditativi o intimisti: forse un caso, forse che questo BMS ha un’indole più introspettiva.
Sull’ipotetico versante più irruento, rockettaro, stazionano Studenti, a evocare le lotte studentesche dal ’68 a oggi; Il mietitore, canto di rabbia e dolore di chi lavora la terra sempre più a fatica; il sangue versato dal popolo ucraino in guerra di La casa blu e quello che ha arrossato le neve russa dell’autunno rivoluzionario del 1917 di Sarà ottobre; Non sono pazzo, sprezzante ritratto dell’uomo massificato integratosi al mondo consumistico e di chi crede che “essere contro” è “una sfilata di moda e per cambiare il mondo” è sufficiente “l’autotune”. E ancora Cena di Natale, il punto sui valori intrinsechi della tradizione andati perduti e sostituiti da falsi miti, e Capo Horn, l’istinto innato del genere umano per il viaggio e la scoperta e al contempo la necessità di approdi sicuri e felici – una donna amata, una casa – consegnati dalla voce di un marinaio.
Musica, in questi episodi, non sempre del tutto centrata, che si lascia andare a soluzioni più facili, soprattutto ritmicamente. Lo stesso le parole che non svettano sempre, un gergo talvolta semplificato se si prova a fare il paragone con i tempi del compianto Francesco Di Giacomo. Un esercizio che forse non ha senso, è passato troppo tempo, e quella di Storie invisibili – disco che conclude la trilogia iniziata nel 2019 con Transiberiana e proseguita con Orlando: le forme dell’amore pubblicato nel 2022 – potrebbe essere una strategia mirata. Facilitare lo stile fino a un determinato punto, mantenendo comunque una integrità, può aiutare a raggiungere lo scopo, se il traguardo è quello evidenziato dalle parole di Vittorio Nocenzi, decano e unico membro fondatore della band rimasto al comando.
Dice il tastierista e paroliere in modo cristallino e battagliero: “(…) È arrivato il momento di risvegliare le nostre coscienze, di ridare fiato a valori diversi dal materialismo consumista e miope che ci sta avvelenando l’esistenza. E io posso, con il mio lavoro, dare un contributo per spingere gli altri ad usare maggiore lucidità, o magari convincerli a vedere le dinamiche del nostro tempo ‘fuori dal coro’, perché ho sempre creduto nella necessità di punti di osservazione diversi fra loro, per cercare di avvicinarci alla verità delle cose. Ed allora ecco la voglia di progettare, come musicista, qualcosa che non avevo mai fatto prima: un racconto molto più ampio del solito, addirittura una TRILOGIA, cioè tre album collegati uno all’altro, in modo da formare un quadro ispirativo unico ma articolato in tre parti ben distinte ed allo stesso tempo fortemente connesse fra loro”.
Intento encomiabile. Anche se quelli di oggi sono tempi che rappresentano una terra arida, dura, difficile perché semi così delicati crescano piante robuste, capaci di resistere alle intemperie e soprattutto ai disastri prodotti dall’uomo. Ma la speranza è necessaria. Così come doveroso è l’impegno: in ideali, azioni, note.
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