Recensioni

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Sono passati tre anni da Transiberiana, il precedente album di studio del BMS. Ma tagliato il ragguardevole traguardo dei 50 anni di esistenza, la band romana preferisce ripartire dal giorno dell’inizio, dal quel 1972 del celeberrimo, cosiddetto, Salvadanaio che sancì il debutto della band romana e l’avvio di una storia tra le più importanti del rock italiano senza distinzione di genere. Forse la chiusura del cerchio: chissà che dal futuro prossimo si smetta di pensare al passato e si guardi solo avanti. Per adesso, oggi, alla release di Orlando: le forme dell’amore non è proprio così.

Una pratica messa in atto da altri grandi nomi: da Ian Anderson che a distanza di anni luce propone il prosieguo di Thick As A Brick, ai seguiti (II e III) di Tubular Bells. In mezzo, e oltre, una lunga lista di gloriosi nomi un po’ spompati. Un processo di riciclo messo in atto tra ombre – una su tutte: la spremitura esaustiva del limone che ha dato buoni risultati, in mancanza di nuove idee – e luci il più delle volte flebili. Un escamotage alla stregua di quello, anche più evidente e altrettanto deludente, che vige nel mondo del cinema. Inevitabile dunque che il dubbio sulla liceità dei tanti rock sequel affiori. D’altro canto va ammesso che chi avesse davvero qualcosa di buono da aggiungere a una storia già venuta bene, si presta alla spiacevole evenienza di divenire vittima del pregiudizio prima di essere soggetto del giudizio.

Ma Orlando: le forme dell’amore non è un Salvadanaio strikes back. E in fin dei conti anche nell’album di esordio la citazione ariostea era solo la breve introduzione di un disco che immediatamente dopo si apriva a molteplici strade diverse e non riprendeva più il discorso. Ma se là era solo un coup de théâtre, qua l’Ariosto diventa centrale perché – confida Vittorio Nocenzi – : “capimmo che la forza dell’Orlando stava nella sua insospettabile modernità. E abbiamo ritenuto opportuno sottolineare i contenuti della sua contemporaneità”.

I testi del disco – nonostante il Progressive rock abbia generalmente prediletto dare più importanza all’aspetto musicale – in Orlando hanno un ruolo considerevole come non mai dopo la scomparsa dell’indimenticato Francesco “Big” Di Giacomo, comunque in sintonia con quella che è la tradizione del Banco. Nocenzi: “Ci sembrava un’opportunità importante utilizzare la storia dell’Orlando furioso per rispondere alla violenza dei nostri tempi. La scelta dell’arte come confronto, della poesia e della musica come offerta di pacificazione, ci sembrava una strada da dover indicare come possibile, anzi necessaria, rileggendo un’opera poetica il cui autore è stato sempre, durante tutto il suo racconto, una ‘terza parte’ equilibrata fra l’esercito cristiano e quello saraceno, mai coinvolto nella guerra fratricida fra Medio Oriente e Occidente nel parteggiare per una parte a discapito dell’altra”.

Sono passati cinquecento anni, insomma, e tante cose restano immutate: il valore immarcescibile dell’opera di Ariosto, la sua adattabilità ai nostri giorni, l’amore che sposta le montagne, l’uomo tra la follia e la grandezza.

Innescato da Proemio, prologo dell’Orlando furioso: “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori / le cortesie, l’audaci imprese io canto”, il Banco osserva tempi e modi dell’amor cortese attraverso una lente multifocale che ne magnifica le molteplici varianti ai nostri giorni, anche agli antipodi tra di loro, distorsioni comprese. E dà lì ampliare lo sguardo per puntare anche ciò che l’amore insidia, lo assedia, oppure lo rode persino dall’interno.

Solo, la band cambia lo sfondo del poema cavalleresco calandolo in un tempo indefinito e distopico, probabilmente un medioevo prossimo venturo, nel quale lo scontro non è tra Occidente e Oriente ma potentati e paria, fra chi possiede le risorse e chi non ha di che sopravvivere, un non-tempo che è il negativo fotografico del nostrano quotidiano fatto di squilibri e ingiustizie sempre più palesi: La pianura rossa – musicalmente più Darwin che Banco del Mutuo Soccorso – è uno sguardo sulla guerra per l’acqua che gli osservatori più lucidi hanno presagito anni fa, molto prima che “siccità” diventasse la parola chiave della stagione appena conclusa.

L’acustica e melanconica Serve Orlando adesso che introduce Non mi spaventa più l’amore, imbevuta di suggestioni sudamericane di epoca differente tra tango argentino e chitarre à la Carlos Santana, riportano il disco sul binario principale, quello dell’amore (mai realizzato tra Orlando e Angelica) che infiamma anime e corpi. E così si susseguono i tormenti della donna che cerca rifugio da una società sessista e vessatoria cantata in Non serve tremare (Angelica in fuga dal campo cristiano); L’amore accade, pianoforte a condurre e la voce di Viola Nocenzi, nella quale è Angelica a prendere la parola per spiegare a Orlando perché l’amore non si piega alla ragione; e ancora Cadere o volare, l’episodio dove Orlando impazzisce per causa del rifiuto di Angelica di cedere alla sue lusinghe poiché innamorata del saraceno Medoro.

Le anime deserte del mondo, che insieme al brano precedente si arroga l’interludio con la più bella melodia vocale – un delitto non farne un ritornello o trovare un escamotage per ripeterla – introduce la mistica del signore sovrumano del destino che aiuta oppure ostacola gli umani: il mago Atlante dai panni oltremodo moderni del burattinaio che muove i fili dalle stanze del potere; oppure la maga Alcina di L’isola felice – che rimodula certi cliché à la Battiato – dove l’incantatrice tiene soggiogato Astolfo per effetto di una melliflua illusione costituita di agi e scevra di fatiche – simbolo degli ingannevoli premi offerti all’uomo di oggi in cambio di poco: l’atrofizzarsi delle facoltà mentali, l’inaridimento spirituale, l’opacità morale; ma soprattutto ottenibile “in comode rate mensili”.

Musicalmente non mancano gli appuntamenti d’obbligo della liturgia prog rock. I brani strumentali, due: La maldicenza (diviso in due parti, una quasi dissonante che descrive il tentativo di scardinare un amore con le malelingue, e l’altra melodica: la difesa degli amanti) e Il paladino (con inserti ritmici metal a rappresentare la scena di uno scontro in armi); inoltre Moon Suite, il viaggio di Astolfo in groppa all’Ipprogrifo in direzione del nostro satellite per recuperare il senno di Orlando: undici minuti di durata che concretizzano il sogno di quei prog fan che chiedono, e ottengono in questo caso, appunto la Luna, cioè una (mini) suite calata all’interno di un concept album.

Il contraltare a tanto ben di Dio è Non credere alla luna, un insolito blues screziato dal sax rampante di Carlo Micheli che, in anticipo sulla suite, celebra in modo sofferto la congiunzione amicale tra Astolfo e l’impazzito Orlando (e potrebbe risultare indigesto al prog nerd oltranzista).

Il lungo ritorno, oltre 76 minuti di musica, il BMS lo chiude rigirando tra le dita una fiche da giocarsi, al momento del bisogno, anche sul tavolo della musica leggera o, se siete facili all’offesa, del mainstream (il Banco ha partecipato al Festival di Sanremo del 1985, così come fatto nel corso degli anni da Delirium, New Trolls, Le Orme, PFM: scagli la prima pietra…). Pur onorando il tema del concept quasi una appendice. La (troppo?) zuccherina Com’è successo che sei qui traccia lo stupore di Medoro nel trovarsi al cospetto di Angelica e prendere atto, inaspettato, della devozione di lei; mentre Cosa vuol dire per sempre celebra la passione dei pochi fortunati che incontrano e non perdono l’anima gemella, coloro che nulla potrà separare, chiosando con la citazione di un altro gigante dei classicismo, il poeta latino Catullo vissuto tra gli anni 84 a.C. e 54 a.C.: “E mille baci ancora e di nuovo ancora cento / e quando finirà questa breve luce insieme dormiremo un’unica notte / ancora baci e ancora ancora cento”.

Forse questo disco lo avrebbe apprezzato anche Italo Calvino, che ha scritto un classico sull’importanza di leggere i classici.

Quando le arti si incontrano, in questo caso buona musica e grande letteratura, può essere solo un incentivo per tutti. Per i giovani in particolare che potrebbero scoprire nuovi mondi. Ma si tratta di un panorama utopistico: i media non hanno spazio e tempo per soddisfare questa condizione (di scarso profitto). Le stazioni radio – il mezzo più adatto alla promozione della musica – hanno i minuti contati (in senso letterale); e mediamente imbecilli “ciao belli/buongiorno amici/il vostro/la vostra” dietro a un microfono, disinvolti nel sollecitare ascoltatori altrettanto dotati su ciò che solitamente ruota attorno al loro ombelico.

Aspettiamo dunque che qualcuno ci fornisca il modo di attraversare le porte tra mondi paralleli, perché solo lì, nonostante la bontà, Orlando: le forme dell’amore potrà diventare un caso. E un sabato sera, attraversato il confine, seduti in un locale dove la gente è educata e si rispetta, si possa sorseggiare una bevanda mentre in sottofondo, annunciata da una emittente radio non necessariamente “commerciale”, scorrono note e parole di L’isola felice.

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