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Una figura misteriosa, quella di Julia. Non una persona reale ma un fantasma, una voce interiore, una guida, una figura materna o chissà cos’altro. Un character, quello di una title-track che richiama una poesia islandese in cui una donna dal cuore infranto torna dal mondo dei morti per reclamare il proprio ex amante, che troviamo anche in altri frangenti del nuovo lavoro di Ásgeir, il suo quinto in carriera e il primo da quando ha varcato la soglia dei trent’anni. Se finora la sua musica è stata accompagnata dalle poesie del padre Einar Georg Einarsson (o di amici come Júlíus Aðalsteinn Róbertsson), tradotte da collaboratori di lusso come John Grant, stavolta anche le parole sono scritte di proprio pugno dall’artista. “Sentivo di avere qualcosa in più da dire perché ho iniziato molto giovane”, ha confessato Ásgeir Trausti nel corso di un’intervista rilasciata ad Atwood Magazine. “Avevo solo bisogno di acquisire maggiore fiducia in me stesso. Ero un po’ timido, ma credo di essere riuscito a superare questo mio limite negli ultimi anni. Sentivo il bisogno di una nuova sfida”.
Laddove musicalmente Julia conferma Ásgeir nella sua posizione di cantautore folk-pop brumoso, malinconico e introspettivo, dal falsetto cristallino e padri artistici ingombranti come Nick Drake e Leonard Cohen (“ascoltavo a ripetizione alcune delle sue canzoni, come Suzanne, mentre scrivevo Julia. Probabilmente è per questo che l’album ha un nome femminile”), i testi gli danno modo di denudarsi, di mostrare la propria parte più vulnerabile. Talvolta riuscendoci in pieno, in altri casi con qualche mismatch e immagini poco efficaci che rimangono in un mondo interiore non pienamente scrutabile. Registrato in un nuovo studio in cui oggi sta lavorando a un disco in islandese la cui uscita è prevista per la fine del 2026, Julia vede ancora una volta la collaborazione di compagni d’arte e di viaggio di fiducia come Samúel Jón Samúelsson (che lavorò con i Sigur Ros per gli album Ágætis Byrjun, Takk… e Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust) al trombone, il violoncellista di Nashville Nathaniel Smith, il sassofonista Óskar Guðjónsson, il trombettista Kjartan Hákonarson e il batterista Nils Törnqvist (all’opera con El Perro del Mar, Miike Snow e Shout Out Louds). Il sound del disco si distanzia dalla folk-tronica dei precedenti lavori, si rivela più organico in quanto le tastiere, pur presenti, hanno un ruolo più dimesso e servono il più delle volte a colorare lo sfondo, quasi a configurare un incontro impossibile tra Nick Drake e le atmosfere inconfondibili di Daniel Lanois. C’è un banjo che fa capolino in Smoke, registrata dal vivo, in cui il nostro sente di aver perduto la propria voce interiore (“Spero che mi stia aspettando al capolinea / io starò ad ascoltare / quando il caos e il fumo si saranno placati / lei mi parlerà di nuovo”).
“Raggiungere i 30 anni cambia decisamente la tua prospettiva. Ho delle aspettative diverse nei miei confronti. Ora mi conosco meglio e mi accetto. Mi interessa meno quello che pensano gli altri”. Molte delle dieci canzoni presenti fanno riferimento a un percorso di autoanalisi e di scoperta di sé. Ne è un esempio il brano di chiusura Into the Sun (“Guardando nello specchietto retrovisore / Ti ritrovi sotto una luce diversa / Terrorizzato dal luogo in cui ti sei ritrovato… / Cercando di essere qualcuno / Che pensi di dover essere / Ma la tua ombra ti segue sempre”), ci sono momenti di poesia che non fanno rimpiangere il padre Einar (“Il vento agita l’acqua / E io mi divido in mille parti / Non sono solo, c’è un esercito nel mio cuore“) ma anche altri in cui Ásgeir si perde. Per esempio nelle immagini confuse di In the Wee Hours (“Mal di testa, il cuore mi batte forte nel petto / So che devo aver detto qualcosa che non avrei dovuto dire / Ieri sera nel cocktail bar poco illuminato / Volando sulle ali dell’ebbrezza / Avrei dovuto semplicemente restare a casa e andare a letto presto”).
Tra gli episodi che entrerebbero senza fatica in un suo possibile futuro best of vanno segnalati almeno i singoli Ferris’ Wheel (“Possiamo comprare quella vecchia auto americana / Che abbiamo sognato a lungo / Costruire una capanna sul lago / a chilometri e chilometri di distanza / vivere dei frutti della terra / La gente parlerà, penserà che abbiamo perso la testa / Ma non ci importerà di quello che diranno / Sono solo chiacchiere, comunque”), che più ricorda il passato di Asgeir e che è nato dalle conversazioni con la sua compagna riguardo all’abbandono delle abitudini familiari e il perseguimento di sogni di lunga data, e Against the Current (“Ho combattuto una battaglia / ho combattuto guerre contro me stesso / sono l’eroe e il nemico”) che fa incontrare gli Whitney e José Gonzalez. La produzione, curata con Guðm “Kiddi” Kristinn Jónsson, è molto pulita ed elegante, ma ciò che manca soprattutto nella seconda metà del lavoro – dopo i sette ottavi di Sugar Clouds, in territorio The Tallest Man on Earth – è un po’ di mordente. La title-track è preceduta da un preludio, Universe Beyond, che racchiude gli ultimi pensieri di Julia prima di entrare in lago (qualcosa che può ricordare il concept The Ninth Wave sul lato B di Hounds of Love di Kate Bush).
Julia è un album importante nella discografia di Ásgeir, in buona parte riuscito per non fosse per qualche brano che vive in un mondo così interiore che è come se il cantautore ci tenesse fuori da una stanza chiusa a chiave. Come se l’urgenza di mettersi a nudo si scontrasse con un pentimento (“no, non potete capire”). Musicalmente elegante, rimane tuttavia ancora in un limbo e non ha ancora quel qualcosa che renda l’autore islandese immediatamente riconoscibile tra tutti: ci sono tracce di Adrianne Lenker, Villagers, Rhye, Loney Dear, pure del Cat Stevens/Yusuf della rentrée degli anni 2000. Tutti riferimenti di pregio, siamo d’accordo, ma resta la sensazione che questo sia un disco di passaggio, e che dopo l’uscita dalla comfort zone per i testi ci sarà bisogno di lavorare sull’identità più forte della voce e delle melodie.
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