Recensioni

Dopo l’accecante fulmine a ciel sereno di Wuthering Heights, singolo di esordio che trascina l’album The Kick Inside (1978), le scommesse che riguardano Kate Bush sono di pari portata: “scomparirà nel giro di una stagione” è dato alla stessa quota di “la ragazza ha un radioso avvenire”. Chi ha puntato sulla ipotesi ottimistica, nel giro di pochi anni guadagna un bel gruzzoletto. Se i primi due dischi sono bauli ricolmi di ninnoli pop-rock, Never For Ever, copertina compresa, (l’)ambisce l’art-rock/progressive, e The Dreaming stupisce per il coraggio di un lavoro che fa e disfa senza freni verso nessuna direzione prestabilita, i tre anni che trascorrono in attesa di Hounds Of Love offrono all’opposto l’idea di un lungo periodo di ponderatezza e programmazione.
Bush inizia a lavorare su nuovi brani nello studio personale appena inaugurato – e battezzato proprio Hounds Of Love – nel vecchio fienile di casa. Una soluzione che le permette di registrare lontano da pressioni di tempo e budget. In tale modo, invece di fissare appunti su demo per poi metterli in bella copia insieme ai turnisti, può dare da subito forma concreta alle tante idee. Ciononostante i tempi di realizzazione di Hounds Of Love si protraggono per un interminabile anno e mezzo, dal gennaio 1984 al giugno 1985. Lo si spiega con la complessità di un lavoro bifronte, diviso concettualmente e fisicamente, in due facciate intitolate come lavori diversi proprio a sottolinearne la differenza.
Hounds Of Love – Side A – è composta da cinque brani tra loro slegati che, salvo Mother Stands For Comfort, fanno dello slancio ritmico e della presa immediata (che non significa “facile”) il comune denominatore. Una avvolgente aggressione tra il tribale e il synth-estetismo tipico di quegli anni e la lezione imparata al cenacolo di Peter Gabriel (III): batteria senza piatti o hit-hat dalla cadenza marziale/monolitica (quasi inesistenti le rullate) irrobustita in studio, copioso utilizzo della tastiera Fairlight CMI (che Gabriel importava per il Regno Unito insieme a un parente) capace di masticare qualunque rumore per risputarlo su scala musicale, e il magico, questo irriproducibile da qualunque macchina, estro vocale della cantante.

Non è un caso che quattro brani su cinque – esclusa la già citata Mother Stands For Comfort – escono come singolo rappresentando l’intero output di canzoni utili a tirare la volata all’intero disco. Pubblicato il 5 agosto 1985 Running Up That Hill schizza fino al n° 3 delle classifiche diventando il 7” che arriva più in alto dopo il leggendario Wuthering Heights. Complice un video – sono gli anni degli albori, quando un clip efficace può essere più influente dello stesso brano – in grado di certificare che per carisma, bellezza e come performer Kate Bush non ha eguali tra le colleghe. Discorso valido per Hounds Of Love introdotto dalla frase «It’s in the trees, it’s coming!» campionata dal film horror del 1957 La notte del demonio di Jacques Tourneur (il regista del classico Il bacio della pantera); per The Big Sky, il cui clip è diretto come il precedente dalla stessa cantante; ma soprattutto per Cloudbusting, la sceneggiatura del “micro-film” scritta a quattro mani con Terry Gilliam, diretto da Julian Doyle già al lavoro con i Monty Python, e con la partecipazione di Donald Sutherland nella parte dello psicanalista austriaco Wilhelm Reich, del cui figlio Peter Bush veste i panni e canta le parole ispirate dal libro di questi A Book Of Dreams, versi di rammarico e disperazione per non essere riuscito a proteggere il padre dai soprusi delle autorità.
Uno dei più brillanti talenti del pop-rock mondiale, capace di dominare la scena grazie a una padronanza delle doti interdisciplinari fuori dal comune, forzosamente tenuta lontana dai palchi (dopo un primo e unico tour interrotto per la tragica morte di un roadie durante un concerto): stipulato il faustiano patto tra musica giovanile e videoclip, per Kate Bush portare davanti alla telecamera ciò che non poteva realizzare sul palco costituiva il naturale sfogo. Se non poteva dare corpo ai personaggi di Hounds Of Love davanti al pubblico, doveva farli vivere – lei più di ogni altro, nel suo modo unico – per mezzo di uno schermo televisivo.
La musica cambia, letteralmente, al cambio di facciata. The Ninth Wave – il titolo dell’altro lato del vinile – è un concept che raccoglie sette brani. La storia di un gruppo di naufraghi che si trovano in mezzo al mare, ha detto la cantante, raccontato dal punto di vista di una donna: «come ci siano arrivati, non lo sappiamo, sono assolutamente terrorizzati e sono completamente soli e alla mercé della loro immaginazione (…) e l’idea che hanno in testa è che non devono addormentarsi, perché se ti addormenti quando sei in acqua ho sentito dire che ti giri e anneghi».

La copertina del disco, che ha una deriva preraffaellita, allude evidentemente alla protagonista di The Ninth Wave, anche se la giovane babooshka londinese potrebbe – non è dato saperlo – essere stata influenzata da un quadro russo che ha molti degli elementi della narrazione musicale. Девятый вал – appunto La nona onda – è opera del pittore russo Ivan Aivazovsky che risale al 1850, la scena di un gruppo di sopravvissuti al naufragio aggrappati all’albero della nave affondata dalla forma di croce (aka: la salvezza nel segno di Cristo). Alla ouverture rarefatta e romantica di And Dream Of Sheep segue il sogno di Under Ice tratteggiato dalla melodia sinuosa di un violoncello – suonata da Kate al Fairlight – cui risponde l’incubo di Waking The Witch (il suono dell’elicottero sul finire è campionato da The Wall dei Pink Floyd): proprio preda di quel sonno che andava combattuto in tutti i modi, la protagonista è scivolata sotto il ghiaccio, ha avuto visioni, sognato l’inquisizione timorosa del potere occulto della donna perciò additata come strega (ti buttavano in acqua legata mani e piedi, se restavi a galla eri libera dal demonio e salva, altrimenti ti bruciavano).
Watching You Without Me è l’inizio della fine, l’addio al mondo terreno e il viaggio verso un’altra dimensione: «Non posso farti sapere / cosa sta succedendo / c’è un fantasma nella nostra casa / ti sta solo guardando senza di me / Non sono qui». Un pezzo delicatissimo, dolce e straziante, il senso di perdita e di non ritorno, per chi perde e per chi è perduto. A questo punto c’è un tentativo di opporsi all’ineluttabile. Jig Of Life è una giga irlandese – l’Irlanda è nell’ancestrale familiare di Kate – fatta di suoni generati da pelli, budelli, legni. È la voce della Terra che gli uomini provano a riprodurre con antichi rituali. Il disperato tentativo della protagonista di aggrapparsi alla vita. Ma è tardi, è ai confini dell’universo, il suo spirito in viaggio tra le stelle (la sua anima in volo verso Cristo/Dio, quello della croce dei naufraghi di Aivazovsky?).
Hello Earth viaggia tra due spazi e due tempi, introdotta dal campionamento di una conversazione tra la NASA e la spaceship Columbia (una nave e un mare di differenti dimensioni), recupera la giga, inietta sotto pelle un coro maschile che canta – ieraticamente – un passaggio basato su una tradizionale canzone popolare georgiana. È un requiem: «Perché sono andata? – canta Kate Bush – Vai a dormire piccola Terra». La vicenda parrebbe finita. Invece la cantante aggiunge una postilla, The Morning Fog, che tramuta quello che sembrava un dramma senza appello in un happy ending hollywoodiano. Ciò che i produttori impongono per non deludere gli spettatori, il grosso, che masticano popcorn e manuali di self-help ad alto tasso di ottimismo. Ma il produttore di Hounds Of Love è Kate Bush, e la sua visione va accettata: «rinascendo nella dolce nebbia mattutina», sussurra in chiusura. Non ci sono più dubbi. L’intero viaggio, prima la vita, l’esperienza fuori dal corpo, qualche istante al di là della soglia apparso lunghissimo e definitivo, in attesa di diventare eterno, si conclude con il salvataggio all’alba, tra la nebbia, e i fumi di una esperienza che cambierà totalmente la percezione dell’esistenza alla naufraga di The Ninth Wave: «bacerò la terra / lo dirò a mia madre / lo dirò a mio padre / lo dirò al mio amore / dirò ai miei fratelli / quanto li amo».
L’adolescente prodigio della fine dei 70s è diventata la figura di riferimento femminile dell’art rock. Ha composto un disco che ha un piede ben saldo nel suo tempo, e uno in una dimensione atemporale dove la musica, e tutta l’arte, non ha confini, di alcun genere. Lasciandosi andare al racconto di Hounds Of Love, il disco per intero, ed è doveroso prenderne atto.
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