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Di Antony abbiamo scritto e detto molto, con parole che spesso travalicano la dimensione musicale sfiorando l’antropologico, il sociologico, il costume, in uno sfumare e sovrapporsi di segni e simbologie che spesso mortificano le possibilità dell’umile recensore. Tuttavia, così è se ci pare: l’opera solista di Mr. Hagerty sfugge da sempre alle categorizzazioni consuete, in primis – certo – per il prodigio vocale ma anche perché stilisticamente refrattario ai diktat della contemporaneità, fenomeno fieramente imprendibile sotto molti – se non tutti i – punti di vista. C’è da dire però che è sembrata un po’ eccessiva la ridda di successive partecipazioni (dal suo mentore Lou Reed agli Hercules And Love Affair passando per Bjork e Franco Battiato, solo per citarne alcuni), provocandoci un senso di deriva grossolana, che si esauriva appunto nell’ostentazione del monstre vocale/iconografico quale arredo (stereo)tipizzante, di superficie.

Il terzo album invece – come già anticipava l’ep Another World – suggerisce un rientro nell’alveo, nella dimensione più consona e soprattutto vera. Come se quel darsi generoso e un po’ gratuito non fosse stata che la scappatella terrena d’un angelo wendersiano in reverse. Qui, graziaddio, la forma torna al servizio dell’espressione. E che espressione: una scrittura sottile, diafana e profonda ad un tempo, aerea e misteriosa. Il vibrato cartilaginoso del falsetto (sentite cosa è capace di imbastire nella title track) regala palpiti del tutto funzionali alla visione (del singolo pezzo e d’insieme), definendo assieme agli archi, al piano, alle chitarre e ai legni una dimensione incantata però mai sopra le righe (ottimi – nel senso di magnificamente misurati – gli arrangiamenti del giovane Nico Muhly).
Il camerismo struggente dell’iniziale Her Eyes Are Underneath The Ground detta il mood con aggraziata fermezza, quindi è tutto un procedere tra romanze brusche e oniriche (quella Aeon che sarebbe piaciuta tantissimo a Jeff Buckley), solcate da briose brume soul (una Kiss My Name tra l’intercalare Lambchop e certi languori Morrissey), valzer madrigaleschi dal cuore bjorkiano (Epilepsy is Dancing), soffici crudeli malinconie a cuore bigio (l’ibridazione tra Buckley padre e il Cave più pacato di One Dove), apparizioni gospel in strani cieli africani (Dust and Water) e soprattutto quella Another World che già conoscevamo, qui ribadita in guisa di cuore poetico del disco e dell’arte stessa di Antony. Che potremmo leggere come una messa in scena della crisi/crescita esistenziale – tra progressive illuminazioni e confronti emotivi – di un transgender assoluto alle prese con le istanze di società e natura, che in lui accusano il più abbagliante cortocircuito. 

The Crying Light ha il merito di sembrare fuori dal tempo, splendida isola concettuale e sonora, e di imporsi allo stesso tempo quale confronto irrinunciabile per ogni fruitore pop-rock che si rispetti. Un grandissimo disco.

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