Recensioni

Dopo il bagno di notorietà provocato dalla collaborazione con Lou Reed in The Raven e la conseguente riscoperta del fenomenale album d’esordio omonimo (datato addirittura ’99), tornano Antony and the Johnsons con un disco che infonde anche prima dell’ascolto – ovvero dalla lettura dei credits – un senso di ammenda per la tardiva consacrazione. Ben quattro infatti gli ospiti “eccellenti”, due giovani alfieri sulla cresta dell’hype (Devendra Banhart e Rufus Wainwright) e due iconosauri come – appunto – Lou Reed e Boy George, che solo a pronunciarli uno accanto all’altro sembra di chiudere un (insospettabile) cerchio. Al centro del quale si posiziona Antony, la sua teatralità accorata ai limiti del melò, la sua mistica transgender che scompagina le carte e confonde gli appigli. Il suo corpo sempre al centro di una spiritualità che vuole manifestarsi pura, per quanto intensamente consapevole della propria problematica – facciamo pure: impura – cifra espressiva.
È un bel disco, per quanto non raggiunga il pathos sconvolgente del predecessore, vuoi perché i miracoli accadono di rado, vuoi per una precisa scelta poetico/formale, come se i Nostri (il Nostro) avesse(ro) scelto di intraprendere una strategica “normalizzazione”, un contenersi nei ranghi della ballata pianistica con qualche scappatella rappresentata dall’agro errebì Fistful Of Love (storia d’amore violento grattugiata dalla chitarra ritmica di Reed) e dalla sconcertante coda di Hope There’s Someone (dove la più angelica delle malinconie viene triturata da un pressante conglomerato di piano, organo e voci fantasmatiche).
Per il resto, appunto, ci imbattiamo nell’impeto struggente di un’anima alla ricerca di sé (l’ombrosa e vibratile Man is the baby, forse l’unica concessione a un certo autocompiacimento), in caroselli di speranza e rassegnazione (la vibrante For today I am a boy), in stille di orgoglio e mestizia (la toccante My lady story, vellutata d’archi e flauto). Eppoi in quel malanimo vertiginoso (la tanto breve quanto splendida What can I do?, dove Antony è solo un lieve controcanto e Wainwright procede caracollando su ritmica obliqua) e in certe nenie che gonfiano il cuore (l’empito rinfrancante di Spiralling, cui Banhart concede una memorabile intro grazie alla sua tipica voce spiegazzata).
È insomma come se il lato più scopertamente freak di Antony fosse già stato socialmente metabolizzato e quindi il problema fosse slittato fino a un livello meno visibile, più profondo: nel dissidio tra sentire ed essere, nel divenire in una traiettoria confusa, persino ingovernabile e spiritualmente conflittuale, eppure (e perciò) abbacinante. Per tutto questo, malgrado la sensibile normalizzazione formale, si continua ad avvertire chiaramente l’anomalia di questa voce incantevole e aliena, efebica come riusciva a esserlo certo Jeff Buckley, cioè ansiosa di sfuggire alla presa e contemporaneamente (febbrilmente) alla ricerca di un posto tra le cose del mondo. È in questo senso che in Your are my sister sembra di sentir risuonare un vero e proprio passaggio di testimone, col timbro di Boy Gorge mai così rugoso, a ribadire quanto quella dell’ex-Culture Club sia la voce di uno che si è già speso in molte battaglie sullo stesso fronte.
Ed ecco che la conclusiva Bird Gerhl, col suo traslucido incedere da soul atrofizzato, con la sua teatralità sfatta, esausta, declinante, somiglia a un approdo. Un’assoluzione e un’esalazione. Un volo. Verso una specie di paradiso.
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